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Sábado, 28 Mayo 2016

Il regno della misericordia. La misericordia negli insegnamenti dei Papi Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco

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El Rev. prof. Laurent Touze, profesor de la Pontifica Universidad de la Santa Cruz, toma pie del Año Jubilar para desarrollar las principales ideas en torno a la Misericordia, en el magisterio de los cuatro últimos Pontífices: la naturaleza de la misericordia, el papel de la Santísima Virgen como mediadora de la misericordia, y la necesidad de esta en la predicación y la vida de la Iglesia, también en su dimensión social.

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Il regno della misericordia.

La misericordia negli insegnamenti dei Papi Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco

Laurent Touze (Pontificia Università della Santa Croce)

 

Introduzione: una mappa del regno della misericordia[1]

Il magistero vivo della Chiesa «non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola» (Cost. dogm. Dei Verbum, n. 25): poiché la Chiesa, seguendo l’esempio di Maria, è serva della parola, il magistero ecclesiale intende essere l’eco della predicazione del Verbo incarnato, una predicazione propriamente centrata sull’amore. Per questo, lo scopo principale della Chiesa e dei Papi è sempre stato di predicare questo cuore del Vangelo, e i Pontefici recenti l’hanno annunciato col vocabolario della misericordia divina. Per Paolo VI, la «rivelazione della misericordia è originale nel Vangelo. Nessuno, con la fantasia umana e nella fenomenologia comune, arriva a tanto» (Omelia, 23 giugno 1968). Benedetto XVI afferma con precisione: «La misericordia è in realtà il nucleo centrale del messaggio evangelico, è il nome stesso di Dio» (Angelus, Domenica della Divina Misericordia, 30 marzo 2008). Anche Papa Francesco sottolinea questa centralità: «La gioia di Dio è perdonare! [...] Qui c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il Cristianesimo! [...] La misericordia è la vera forza che può salvare l’uomo e il mondo dal “cancro” che è il peccato, il male morale, il male spirituale» (Angelus, 15 settembre 2013); «Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi» (Bolla Misericordiæ Vultus, nn. 1-2, 11 aprile 2015).

La misericordia divina essendo una sintesi della rivelazione, il suo annuncio ecclesiale potrebbe essere descritto in ogni epoca della storia e del magistero dei Papi, ma, senza dubbio, è stato specialmente trasmesso negli ultimicento anni. I Pontefici hanno, infatti, acquisito un ruolo più importante dei loro predecessori nell’orientare concretamente la vita spirituale dei fedeli: oggi, più di ieri, il modo di pregare o di annunciare il Vangelo ricorre, in parte, agli insegnamenti dei successori di San Pietro; da circa un secolo o forse anche due, i Papi esercitano una più forte influenza sulla spiritualità vissuta dai fedeli cattolici del mondo intero. E la spiritualità proposta dalla Chiesa di Roma, che «presiede alla carità» (Sant’Ignazio di Antiochia, Ad Romanos, proemio), poggia su una presa di coscienza più chiara della misericordia divina presente nella nostra storia in Gesù Cristo.

Questa particolare attenzione all’annuncio della misericordia ha, infatti, conosciuto una certa accelerazione nella storia ecclesiale recente. Papa Francesco, parlando ai preti della sua diocesi di Roma, diceva il 6 marzo 2014: «Siamo qui [...] per ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la Chiesa in questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro [...]. Noi stiamo vivendo in tempo di misericordia, da trent’anni o più, fino adesso. Questa è stata un’intuizione [di] Giovanni Paolo II. Lui ha avuto il “fiuto” che questo era il tempo della misericordia». Il tempo della misericordia è dunque cominciato almeno trent’anni fa, cioè nei primi anni del pontificato di San Giovanni Paolo II (1978-2005)[2]. Egli stesso ha dichiarato che «il messaggio della Divina Misericordia [...] in un certo senso, forma l’immagine» del suo pontificato (Discorso alle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia, Santuario della Divina Misericordia, n. 1, 7 giugno 1997). Quest’immagine cominciò a delinearsi prima che Karol Wojtyła venisse eletto Papa; infatti, il suo insegnamento sulla misericordia, a partire dal messaggio di Santa Faustina Kowalska († 1938), è anche il frutto della sua esperienza pastorale in Polonia e della sua analisi del Novecento: «Le rivelazioni di suor Faustina, concentrate sul mistero della Divina Misericordia, si riferiscono al periodo che precede la seconda guerra mondiale. È proprio il tempo in cui nacquero e si svilupparono quelle ideologie del male che furono il nazismo e il comunismo. Suor Faustina divenne la banditrice dell’annuncio secondo cui l’unica verità capace di controbilanciare il male di quelle ideologie era che Dio è misericordia – era la verità del Cristo misericordioso» (Giovanni Paolo II, Memoria e identità, Milano 2005, pp. 15-16). Si palesano qui una dura esperienza delle sciagure del Novecento e una approfondita comprensione teologale della vittoria divina sul male: Giovanni Paolo II si era mostrato «profondamente toccato dallo spettacolo del potere del male che, nel secolo appena terminato, ci è stato dato di sperimentare in modo drammatico. [...] Esiste un limite contro il quale la potenza del male s’infrange? Sì, esso esiste, risponde il Papa. [...] Il potere che al male mette un limite è la misericordia divina. [...] Il limite del potere del male, la potenza che, in definitiva, lo vince è – così egli ci dice – la sofferenza di Dio, la sofferenza del Figlio di Dio sulla Croce» (Benedetto XVI, Discorso ai Membri della Curia e della Prelatura Romana, 22 dicembre 2005). Per questo, Giovanni Paolo II affermava con forza: «Non esiste per l’uomo altra fonte di speranza, al di fuori della misericordia di Dio» (Omelia. Santa Messa e Dedicazione del Santuario della Divina Misericordia a Kraków-Łagiewniki, n. 1, 17 agosto 2002). Benedetto XVI, riferendosi alle parole di questa omelia del Papa polacco, disse che «sono state come una sintesi del suo magistero, evidenziando che il culto della misericordia divina [...] è [...] dimensione integrante della fede e della preghiera del cristiano» (Regina Cœli, 23 aprile 2006).

È, dunque, in continuità con i suoi predecessori che Papa Francesco ha lanciato l’Anno della Misericordia. Egli stesso ha detto che l’ispirazione di indire questo Giubileo gli era è venuta «pregando, pensando all’insegnamento e alla testimonianza dei Papi che mi hanno preceduto»[3]. Papa Francesco pensava non solo a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ma, avendo collocato l’inizio del tempo della misericordia ad almeno trent’anni fa, si riferiva forse anche a Giovanni XXIII e Paolo VI, i due Papi del Vaticano II. L’accento sull’amore misericordioso ha infatti animato il progetto pastorale dell’ultimo Concilio ecumenico. Questa intuizione era già presente in una ben nota frase del discorso di apertura pronunciato da San Giovanni XXIII: «Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore» (Discorso per la solenne apertura del S.S. Concilio, n. 7, 11 ottobre 1962). Tre anni dopo, in occasione della chiusura delle assisi conciliari, prendeva la parola il Beato Paolo VI che promulgò tutti i testi del Vaticano II e che già prima, come vescovo, aveva seguito i lavori sin dalla fase ante-preparatoria; sostenuto da quest’ampia conoscenza delle discussioni e dei testi conciliari, Papa Montini dichiarava: «Vogliamo [...] notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità. [...] L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso» (Discorso. Ultima sessione pubblica del Concilio Vaticano II, 7 dicembre 1965). La medesima intuizione ha animato i successori di Paolo VI nella loro fedele applicazione del messaggio conciliare. Giovanni Paolo II, ad esempio, ha scritto: «La Chiesa contemporanea è profondamente consapevole che soltanto sulla base della misericordia di Dio potrà dare attuazione ai compiti che scaturiscono dalla dottrina del Concilio Vaticano II» (Enc. Dives in misericordia, n. 13, 30 novembre 1980).

La misericordia traccia un asse del magistero pontificio recente, non solo perché essa è il cuore della rivelazione (e del progetto del Vaticano II) ma anche perché i Papi hanno intuito che offre alla missione un codice particolarmente adeguato al nostro tempo: il messaggio della misericordia è sembrato loro specialmente adatto all’epoca presente. Per Papa Wojtyła, la diffusione della devozione alla divina misericordia nel mondo contemporaneo «è senza dubbio un segno dei tempi» (Omelia. Beatificazione, n. 6, 18 aprile 1993). E, volgendosi verso il futuro, volle affermare: «La luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio» (Omelia. Canonizzazione della Beata Maria Faustina Kowalska, nn. 3.5, 30 aprile 2000). Dal canto suo, in un’importante e molto personale omelia pronunciata davanti alle reliquie del suo caro Sant’Agostino, Papa Benedetto, dando una chiave di lettura del proprio magistero pontificio, ha dichiarato: «Sono convinto, ponendomi nella scia degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e dei miei venerati Predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, che l’umanità contemporanea ha bisogno di questo messaggio essenziale, incarnato in Cristo Gesù: Dio è amore. Tutto deve partire da qui e tutto qui deve condurre: ogni azione pastorale, ogni trattazione teologica» (Omelia. Basilica di San Pietro in Ciel d’OroPavia, 22 aprile 2007).

Questa relazione mette a fuoco, dunque, proprio il magistero pontificio sin dall’ultimo Concilio ecumenico fino ad oggi e lo descrive partendo dall’immagine biblica dell’acqua divina che scaturisce dal tempio – il corpo di Cristo, al cuore del mistero pasquale – e che feconda la storia, risanando il mondo e guarendo le nazioni. È ciò che cantano il profeta Ezechiele: «vidi l’acqua che scaturiva dal lato destro» del tempio (47,2) o il libro dell’Apocalisse: l’angelo «mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello» (22,1-2).

Si disegnerà una sorte di mappa del regno della misericordia[4], partendo dalla sorgente della croce che vivifica gli uomini attraverso il canale dei sacramenti e che rinnova i cuori degli uomini, irrigando anche la polis di quaggiù[5]. Questo linguaggio biblico è caro anche a Papa Francesco che scrive così nella Bolla Misericordiæ Vultus: «Dal cuore della Trinità, dall’intimo più profondo del mistero di Dio, sgorga e scorre senza sosta il grande fiume della misericordia. Questa fonte non potrà mai esaurirsi, per quanti siano quelli che vi si accostano. Ogni volta che ognuno ne avrà bisogno, potrà accedere ad essa, perché la misericordia di Dio è senza fine» (n. 25). E lo stesso Pontefice diceva recentemente: Cristo vuol «aprire una breccia al torrente della Misericordia che, con il Padre e lo Spirito, desidera riversare sulla terra» (Omelia. Messa Crismale, 24 marzo 2016).

I. Alle fonti della misericordia divina

Si deve ricordare la consapevolezza del magistero recente: il cuore dei nostri contemporanei – e prima di tutto quello dei cristiani – si volgerà sempre più verso Dio se la Chiesa saprà annunciare l’amore misericordioso del Signore. I Papi incoraggiano gli uomini di questo tempo a scoprire la logica misericordiosa della storia della salvezza e specialmente dell’Incarnazione e del mistero pasquale. Per avvicinarsi all’amore divino bisogna comprendere come Dio interviene nella storia in favore degli uomini, in primo luogo per il mistero dell’Incarnazione e della Croce. Nel regno della misericordia, tutta la vita, la bellezza e la fecondità vengono da Dio: per tracciarne la carta topografica, si deve cominciare da Cristo, il Re con il quale la potenza divina entra tangibilmente nella storia umana come una fonte vivificatrice.

Il Verbo incarnato è la misericordia del Padre resa presente nella nostra storia. Come Giovanni Paolo II ha esclamato: «Cristo incarna [la misericordia]e la personifica. Egli stesso è, in un certo senso, la misericordia» (Enc. Dives in misericordia, n. 2, 30 novembre 1980). Analogicamente, Papa Francesco ha affermato: «Gesù Cristo è l’amore di Dio incarnato, la Misericordia incarnata» (Regina Cœli, 7 aprile 2013), «i segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia» (Bolla Misericordiæ Vultus, n. 8, 11 aprile 2015).

Ma i Papi incoraggiano specialmente i cristiani a volgere lo sguardo verso Colui che hanno trafitto(Zac 12,10; Gv 19,37), perché «da quella Croce scaturisce la misericordia del Padre che abbraccia il mondo intero» (Francesco,Angelus, 14 settembre 2014), da quella Croce sono usciti il sangue e l’acqua (Gv 19,34) che fecondano la storia. Meditando sulla morte redentrice di Gesù, Paolo VI ha sviluppato un’intuizione di Sant’Agostino da lui sovente citata, che gli permette di riassumere la storia della salvezza come l’incontro tra la miseria dell’uomo e la misericordia di Dio. La miseria del peccato e del male incontra in Cristo crocifisso il disegno divino di misericordia, nel quale l’uomo è invitato a collaborare liberamente. Papa Montini ricorda: «Gesù viene nel mondo come la vittima espiatrice, come la sintesi della giustizia compiuta e della misericordia riparatrice» (Udienza generale, 29 marzo 1972). E conclude così, sempre in riferimento ad Agostino e sempre con l’esigente linguaggio del sacrificio e della riparazione, applicato al Redentore e al cristiano corredentore: «Cristo [...] si è offerto vittima espiatrice in nostra sostituzione, meritando per noi una restituzione allo stato di grazia, cioè alla partecipazione soprannaturale alla vita di Dio. [...] Entrare in questo piano significa per noi fare penitenza» (Udienza generale, 20 marzo 1974).

Questa potenza rivelatrice della croce che illumina la nostra esistenza viene precisata da Benedetto XVI a partire dall’idea biblica dell’acqua:«Contemplando con gli occhi della fede il Crocifisso, possiamo comprendere in profondità che cos’è il peccato, quanto tragica sia la sua gravità e, al tempo stesso, quanto incommensurabile sia la potenza del perdono e della misericordia del Signore. [...] Colui che noi stessi abbiamo trafitto con le nostre colpe non si stanca di riversare sul mondo un torrente inesauribile di amore misericordioso. [...] Soltanto da questa fonte è possibile attingere l’energia spirituale indispensabile per costruire quella pace e quella felicità che ogni essere umano va cercando senza sosta» (Angelus, 25 febbraio 2007).

II. Maria, acquedotto di misericordia

Dalla fonte seguiamo il movimento dell’acqua e ne contempliamo l’acquedotto: si riprende qui l’immagine tradizionale di Maria come canale attraverso il quale gli aiuti divini scendono dal cielo verso gli uomini. Come scrisse Riccardo di San Lorenzo (XIII s.) riassumendo il pensiero di San Bernardo († 1153): «Ad hoc enim data est ipsa mundo quasi aquæductus, ut per ipsum a Deo ad homines dona cælestia iugiter descenderent»[6].

L’amore misericordioso di Dio si è, infatti, manifestato pienamente nel corpo crocifisso del Verbo incarnato. A partire dalla fonte della croce, la potenza della risurrezione si sparge sul mondo intero grazie allo Spirito Santo. Tutta la storia degli uomini è irrigata da questa sorgente: prima di tutti Maria, la madre di misericordia, l’esempio perfetto della vita nuova creata dall’amore divino; poi la Chiesa, secondo l’immagine di Maria; dopo, il cristiano, grazie alla forza divina ricevuta nella Chiesa specialmente attraverso i sacramenti; infine la città degli uomini, rinnovata dall’azione dei figli di Dio trasformati dalla misericordia. Questo è la parte della mappa del regno della misericordia che ci rimane qui da esplorare, si potrebbe dire.

Si possono ricordare alcune espressioni di questa esemplare mediazione mariana della misericordia nel magistero degli ultimi Papi. Joseph Ratzinger affermò ad esempio che Maria è «il riflesso più puro della misericordia di Dio» (Omelia. Messa esequiale per il Romano Pontefice Giovanni Paolo II, 8 aprile 2005). Un riflesso, perché la rende visibile collaborando alla sua distribuzione. Paolo VI disse così: «Il Signore è il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazionee [...] dei tesori della sua misericordia Maria santissima è stata da lui costituita ministra e dispensiera generosa» (Enc. Mense Maio, n. 11, 29 aprile 1965).

Maria vive questa libera cooperazione principalmente ai piedi della croce (specialmente lì è esemplare per la Chiesa e il cristiano), quando sgorga la fonte della misericordia. Giovanni Paolo IIscrisse che il sacrificio di Maria «è una singolare partecipazione al rivelarsi della misericordia [...]. Nessuno ha sperimentato, al pari della Madre del Crocifisso, il mistero della croce, lo sconvolgente incontro della trascendente giustizia divina con l’amore: quel “bacio” dato dalla misericordia alla giustizia» (Enc. Dives in misericordia, n. 9, 30 novembre 1980). Si sottolinea così, si potrebbe dire, il prezzo pagato da Maria per collaborare all’elargizione della misericordia divina. Un sacrificio che ha potuto offrire in e con Cristo perché ha amato in e con Lui; Papa Francesco ha così detto:«La Madre del Crocifisso Risorto è entrata nel santuario della misericordia divina perché ha partecipato intimamente al mistero del suo amore. [...] Ha custodito nel suo cuore la divina misericordia in perfetta sintonia con il suo Figlio Gesù» (Bolla Misericordiæ Vultus, n. 24, 11 aprile 2015).

III. La misericordia, vita della Chiesa

Dopo aver considerato il ruolo di Maria, possiamo volgere lo sguardo alla Chiesa, perché «Maria significa Chiesa», come scrisse Sant’Isidoro di Siviglia († 636)[7], Ella è la «vergine fatta Chiesa» secondo San Francesco d’Assisi († 1226)[8].

Per illustrare la mediazione ecclesiale nella distribuzione dell’acqua della misericordia, verrà ricordato come il fiume divino che sgorga dal mistero pasquale raggiunga gli uomini e dona loro la vita proprio attraverso il canale della Chiesa e dei sacramenti; soprattutto, verrà messo l’accento sul sacramento della penitenza.

1. La Chiesa, comunità animata dalla misericordia

La Chiesa, avendo accolto la misericordia divina, non tiene gelosamente per sé questo tesoro ma lo offre agli uomini affinché possano liberarsi dalla schiavitù del peccato e prendere il cammino di una vita nuova. La misericordia offre così una chiave essenziale per la pastorale.

Per Giovanni Paolo II infatti, «la Chiesa deve considerare come uno dei suoi principali doveri [...] quello di proclamare e di introdurre nella vita il mistero della misericordia, rivelato in sommo grado in Gesù Cristo» (Enc. Dives inmisericordia, n. 14, 30 novembre 1980).

Questa proclamazione ecclesiale della misericordia non è buonismo indifferente; al contrario, secondo il Papa polacco è coraggiosa denuncia del peccato, una missione che la Chiesa assume nella consapevolezza che la misericordia divina offre la sua forza trasformatrice all’uomo che riconosce umilmente la propria indigenza. «Se la Chiesa, in virtù dello Spirito Santo, chiama il male per nome, lo fa soltanto al fine di indicare all’uomo la possibilità di vincerlo [...]. E questo è il frutto della misericordia divina. In Gesù Cristo, Dio si china sull’uomo per tendergli la mano, per rialzarlo e aiutarlo a riprendere con forza nuova il cammino» (Giovanni Paolo II, Memoria e identità, Milano 2005, pp. 17-18). Non è buonismo indifferente anche perché l’accoglienza di chi si era allontanato richiede sforzi da parte del cristiano, e specialmente il superamento della sola e facile denuncia del peccato altrui. Papa Francesco ha predicato, ad esempio: «La strada della Chiesa [...] è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo» (Omelia. Santa Messa con i Nuovi Cardinali e il Collegio Cardinalizio, 15 febbraio 2015).

La misericordia non è soltanto un asse della pastorale o del discorso ecclesiale, essa determina anche le modalità del governo o delle riforme nella Chiesa. Come ha detto Francesco, la misericordia che non vuole appesantire la vita dei fedeli è criterio di discernimento per le consuetudini ecclesiali non direttamente legate al nucleo del Vangelo: «San Tommaso d’Aquino sottolineava che i precetti dati da Cristo e dagli Apostoli al popolo di Dio “sono pochissimi”. Citando Sant’Agostino, notava che i precetti aggiunti dalla Chiesa posteriormente si devono esigere con moderazione “per non appesantire la vita ai fedeli” e trasformare la nostra religione in una schiavitù, quando “la misericordia di Dio ha voluto che fosse libera”. Questo avvertimento, fatto diversi secoli fa, ha una tremenda attualità. Dovrebbe essere uno dei criteri da considerare al momento di pensare una riforma della Chiesa e della sua predicazione che permetta realmente di giungere a tutti» (Es. ap. Evangelii gaudium, n. 43, 24 novembre 2013).

2. La misericordia, asse della vita dei Pastori

Ambasciatore del Padre delle misericordie (2 Co 1,3; 5,20) e servo dei suoi fratelli, il sacerdote viene incoraggiato a incarnare concretamente la carità e la dolcezza.

Per vivere il suo ministero come elargizione di misericordia, il sacerdote è prima chiamato a percepirsi come ricettore dell’acqua della misericordia, vocazionalmente misericordiato per vocazionalmente misericordiare[9]. Paolo VI gli ricorda che è «un preferito dalla misericordia del Signore. Egli lo ha amato in modo particolare; Egli lo ha segnato con un carattere speciale, lo ha così abilitato all’esercizio di potestà divine; Egli lo ha innamorato di Sé, al punto di maturare in lui l’atto di amore più pieno e più grande di cui il cuore umano sia capace: l’oblazione totale, perpetua, felice di sé . . . Egli ha avuto il coraggio di fare della sua vita un’offerta, proprio come Gesù, per gli altri, per tutti, per noi» (Udienza generale, 13 ottobre 1971).

Similarmente, Giovanni Paolo II in una delle sue lettere ai sacerdoti scriveva: «È importante [...] che noi sentiamo la grazia del sacerdozio come una sovrabbondanza di misericordia. Misericordia è l’assoluta gratuità con cui Dio ci ha scelti: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15, 16). Misericordia è la condiscendenza con cui ci chiama ad operare come suoi rappresentanti, pur sapendoci peccatori. Misericordia è il perdono che Egli mai ci rifiuta» (Lettera ai Sacerdoti per il Giovedì Santo 2001, n. 6).

Dopo essersi riscoperti come oggetti della misericordia, i ministri devono, come i chierici santi, dare agli altri la ricchezza più grande: la misericordia del Padre. Papa Francesco ha così detto all’inizio dell’anno giubilare celestiniano: «San Celestino V, [...] come San Francesco di Assisi, ha avuto un senso fortissimo della misericordia di Dio, e del fatto che la misericordia di Dio rinnova il mondo. [...] Con questa loro compassione forte per la gente, questi santi hanno sentito il bisogno di dare al popolo la cosa più grande, la ricchezza più grande: la misericordia del Padre, il perdono. [...] Questi due Santi hanno dato l’esempio. Loro sapevano che, come chierici – uno era diacono, l’altro vescovo, vescovo di Roma –, come chierici, tutti e due dovevano dare l’esempio di povertà, di misericordia e di spogliamento totale di se stessi» (Incontro con la Cittadinanza e indizione dell’Anno Giubilare Celestiniano, Isernia, 5 luglio 2014). Questa vita misericordiosa deve caratterizzare lo stile esistenziale del pastore, ha esortato Papa Francesco: «Un Pastore che è cosciente che il proprio ministero scaturisce unicamente dalla misericordia [...] non potrà mai assumere un atteggiamento autoritario, come se tutti fossero ai suoi piedi e la comunità fosse la sua proprietà, il suo regno personale. [...] Guai se un vescovo, un sacerdote o un diacono pensassero di sapere tutto, di avere sempre la risposta giusta per ogni cosa e di non avere bisogno di nessuno. Al contrario, la coscienza di essere lui per primo oggetto della misericordia e della compassione di Dio deve portare un ministro della Chiesa ad essere sempre umile e comprensivo nei confronti degli altri» (Udienza generale, nn. 2-3, 12 novembre 2014).

3. «L’onda della misericordia divina» raggiunge gli uomini specialmente grazie al sacramento della riconciliazione[10]

a) Il sacramento della penitenza

I sacramenti, e specialmente quello della riconciliazione, sono il mezzo attraverso il quale la misericordia divina trasforma i peccatori e dona loro una vita nuova. Come Gesù con un catino d’acqua ha purificato i suoi apostoli (Gv 13,1-11), così oggi Egli ci purifica grazie al sacramento della penitenza. I Papi non hanno mai dimenticato di invitare i pastori a prendersi cura di questo ministero.

Anche lì, il confessore deve prima fare egli stesso esperienza della misericordia, imparando umilmente ad essere sempre più un migliore penitente. Benedetto XVI ha detto:«La coscienza del proprio limite ed il bisogno di ricorrere alla Misericordia Divina per chiedere perdono, per convertire il cuore e per essere sostenuti nel cammino di santità, sono fondamentali nella vita del sacerdote: solo chi per primo ne ha sperimentato la grandezza può essere convinto annunciatore e amministratore della Misericordia di Dio» (Discorso ai partecipanti al corso promosso dalla Penitenzieria Apostolica, 11 marzo 2010).

Per quanto riguarda la misericordiosa amministrazione del perdono divino, il ministro ha il dovere di formarsi. Il sacerdote «non è spettatore passivo, ma persona dramatis, cioè strumento attivo della misericordia divina. Pertanto, è necessario che egli unisca ad una buona sensibilità spirituale e pastorale una seria preparazione teologica, morale e pedagogica che lo renda capace di comprendere il vissuto della persona. [...] Se è vero che nel nostro ministero ci sono vari modi e strumenti per comunicare ai fratelli l’amore misericordioso di Dio, è però nella celebrazione di questo Sacramento che possiamo farlo nella forma più completa ed eminente» (Benedetto XVI, Ai Penitenzieri delle quattro Basiliche Pontificie Romane, 19 febbraio 2007).

Una valida formazione morale permetterà al presbitero di evitare di trovarsi tra Scilla e Cariddi, tra lassismo e rigorismo, due aspetti accomunati, come ha evidenziato Francesco, dalla mancanza di un vero interesse per la persona concreta del penitente. «Il rigorista si lava le mani: [...] inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista [...] solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione. [...] Né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità» (Ai Parroci di Roma, n. 3, 6 marzo 2014). Il richiamo alla santità, alla crescita, all’accompagnamento paterno seguendo il ritmo di Dio e del penitente, è qui essenziale nella prassi del confessore: «Senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno. Ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile» (Francesco, Evangelii gaudium, n. 44, 24 novembre 2013). Infatti, «non esiste alcun peccato che Dio non possa perdonare! Nessuno! Solo ciò che è sottratto alla divina misericordia non può essere perdonato, come chi si sottrae al sole non può essere illuminato né riscaldato» (IDEM, Discorso ai partecipanti al corso promosso dalla PenitenzieriaApostolica, 12 marzo 2015).

Questo sforzo di formazione alla misericordia richiede anche, da parte dei confessori, un lavoro sulla propria umanità, affinché imparino lungo tutta la vita ad accogliere meglio i penitenti: «Occorre lavorare molto su noi stessi, sulla nostra umanità, per non essere mai di ostacolo ma sempre favorire l’avvicinarsi alla misericordia e al perdono» (IDEM, Discorso ai partecipanti al corso promosso dalla Penitenzieria Apostolica, 28 marzo 2014).

Anche il penitente è chiamato a cooperare all’opera sanante del perdono divino. Infatti, l’«intervento salvifico della misericordia trionfante di Dio esige [...] una certa condizionante collaborazione umana», una collaborazione che ha «due punti nodali», la «contrizione» e la «confessione, cioè l’accusa che l’uomo, desideroso del perdono di Dio, fa di se stesso, delle proprie colpe, e per disteso nelle loro qualificazioni morali, ad un ministro autorizzato». Pare difficile, quasi tremendo, ma «forse i momenti d’una confessione sincera sono fra i più dolci, i più confortanti, i più decisivi della vita» (Paolo VI, Udienza generale, 1° marzo 1975).

b) Il ministero ecclesiale della misericordia e la Penitenzieria Apostolica

Sempre in riferimento all’elargizione ecclesiale della misericordia, si deve ricordare che San Giovanni Paolo II definì la Penitenzieria Apostolica come «organo ordinario del ministero di carità affidato, con la potestà delle Chiavi, al Successore di Pietro, per dispensare con larghezza i doni della divina misericordia» (Ai partecipanti ad un Corso promosso dalla Penitenzieria Apostolica, 17 marzo 1997). Lo stesso Pontefice chiarificò che «la disciplina canonica relativa alle censure, alle irregolarità e ad altre determinazioni di indole o penale o cautelare non è effetto di legalismo formalistico: al contrario, è esercizio di misericordia verso i penitenti per guarirli nello spirito e per questo le censure sono chiamate medicinali» (Ai prelati e agli officiali della Penitenzieria Apostolica, 31 marzo 1990).

Analogicamente, disse delle indulgenze: «L’avvenuta riconciliazione con Dio, infatti, non esclude la permanenza di alcune conseguenze del peccato, dalle quali è necessario purificarsi. È precisamente in questo ambito che acquista rilievo l’Indulgenza, mediante la quale viene espresso il dono totale della misericordia di Dio» (Bolla di Indizione Incarnationis mysterium, n. 9).

4. Gli altri sacramenti e la misericordia

L’onda della misericordia non raggiunge gli uomini soltanto attraverso il sacramento della riconciliazione, ma anche attraverso tutto il settenario sacramentale. Ogni sacramento ci viene, infatti, donato affinché possiamo «rinascere dall’acqua e dallo Spirito» (Gv 3,5). Giovanni Paolo II scrive così: «Sacramento, cioè segno e strumento di riconciliazione, è la Chiesa a diversi titoli, di diverso valore, ma tutti convergenti nell’ottenere ciò che la divina iniziativa di misericordia vuol concedere agli uomini. [...] Lo è [...] per i sette sacramenti, che [...] sono sorgente di vita per la Chiesa e, nelle sue mani, sono strumento di conversione a Dio e di riconciliazione degli uomini» (Es. ap. Reconciliatio et pænitentia, n. 11, 2 dicembre 1984).

Il Battesimo, «vestibolo d’ingresso alla vita nello Spirito» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1213), porta aperta verso il regno, manifesta di fatto la misericordia divina che perdona e dà una nuova vita:«Nel sacramento del Battesimo sono rimessi tutti i peccati, il peccato originale e tutti i peccati personali, come pure tutte le pene del peccato. Con il Battesimo si apre la porta ad una effettiva novità di vita che non è oppressa dal peso di un passato negativo, ma risente già della bellezza e della bontà del Regno dei cieli. Si tratta di un intervento potente della misericordia di Dio nella nostra vita, per salvarci» (Francesco, Udienza generale, n. 3, 13 novembre 2013).

Questo potente intervento si verifica in modo particolare nella Sacra Eucaristia, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Cost. dogm. Lumen gentium, n. 11), «sacramento dei sacramenti» (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1211; 1330) che ci offre la possibilità di vivere il dono di noi stessi con la forza divina di Cristo, specialmente nel servizio agli altri:«L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logosincarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione [...]. Un’Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata. Reciprocamente [...] il “comandamento” dell’amore diventa possibile solo perché non è soltanto esigenza: l’amore può essere “comandato” perché prima è donato» (Benedetto XVI,Enc. Deus caritas est, nn. 13-14, 25 dicembre 2005).

IV. Il cristiano, canale della misericordia divina verso gli altri e verso il cosmo[11]

Il cristiano deve riconoscersi come un canale del torrente misericordioso che viene da Dio e che feconda il mondo; ecco un’espressione di Papa Francesco: il fedele, rinnovato dalla misericordia divina, unito in un solo corpo con Gesù dallo Spirito Santo, è chiamato a vivere all’altezza del dono ricevuto (Ef 4,1) servendo i suoi fratelli – specialmente attraverso le opere di misericordia – e diventando un apostolo della bontà del Padre. Dalla misericordia del Padre il cristiano non riceve solo il perdono dei peccati ma anche, in Gesù Cristo e nello Spirito Santo, una vita nuova: una vita di dolcezza, di conversione, di perdono, di giustizia, di misericordia data agli altri perché ricevuta da Dio.

1. Il cristiano è chiamato ad acquisire uno stile di vita misericordioso

Il cristiano fa l’esperienza dell’amore divino quando scopre il Crocefisso che gli propone il dono di una vita trasformata dalla potenza dello Spirito Santo: allora può servire sempre meglio i suoi fratelli e annunciare loro la misericordia del Padre. L’uomo cerca l’amore e lo incontra in Cristo crocefisso che gli offre la forza di una vita trasformata e nuova.

Per Paolo VI,«partecipare alla Croce di Cristo vuol dire ricevere il beneficio che la Croce ci ha ottenuto, e cioè la misericordia di Dio [...]. È, dunque, il dono della misericordia che noi accettiamo quando diciamo che vogliamo prendere tra le nostre braccia la Croce di Cristo» (Omelia. Via Crucis dal Colosseo al Palatino, 8 aprile 1966). Da parte sua, Giovanni Paolo II ha sottolineato: «L’uomo giunge all’amore misericordioso di Dio, alla sua misericordia, in quanto egli stesso interiormente si trasforma nello spirito di tale amore verso il prossimo. [...] Cristo crocifisso, in questo senso, è per noi il modello, l’ispirazione e l’incitamento più alto» (Enc. Dives in misericordia, n. 14, 30 novembre 1980). Allo stesso modo, Papa Francesco ha detto: «La fecondità pastorale, la fecondità dell’annuncio del Vangelo non è data né dal successo, né dall’insuccesso secondo criteri di valutazione umana, ma dal conformarsi alla logica della Croce di Gesù, che è la logica dell’uscire da se stessi e donarsi, la logica dell’amore. È la Croce – sempre la Croce con Cristo, perché a volte ci offrono la croce senza Cristo: questa non va! – è la Croce, sempre la Croce con Cristo che garantisce la fecondità della nostra missione. Ed è dalla Croce, supremo atto di misericordia e di amore, che si rinasce come “nuova creatura” (Gal 6,15)» (Omelia. Santa Messa con i seminaristi, i novizi e le novizie, 7 luglio 2013).

Questa accettazione trasformante della vita che sgorga dalla croce si manifesta in diversi modi: per Giovanni Paolo II, ad esempio, «significa credere che l’amore è presente nel mondo e che questo amore è più potente di ogni genere di male in cui l’uomo, l’umanità, il mondo sono coinvolti. Credere in tale amore significa credere nella misericordia» (Enc. Dives in misericordia, n. 7). E perché «la realtà della conversione [...] è la più concreta espressione dell’opera dell’amore e della presenza della misericordia nel mondo umano», la fede nel potere rinnovatore della misericordia «si manifesta nel suo aspetto vero e proprio quando rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell’uomo» (Enc. Dives in misericordia, n. 6). La conversione, iniziale e permanente, è infatti una delle traduzioni vitali più efficaci di questa misericordia trasformatrice: «La misericordia in se stessa, come perfezione di Dio infinito, è anche infinita. [...] Da parte dell’uomo può limitarla soltanto la mancanza di buona volontà, la mancanza di prontezza nella conversione e nella penitenza, cioè il perdurare nell’ostinazione. [...] L’autentica conoscenza del Dio della misericordia, dell’amore benigno è una costante ed inesauribile fonte di conversione» (Enc. Dives in misericordia, n. 13).

Una delle forme più concrete e quotidiane di questa conversione viene ricordata con insistenza da Papa Francesco: è il perdono mutuo. «Siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere» (Bolla Misericordiæ Vultus, n. 9, 11 aprile 2015), dobbiamo «essere strumenti del perdono, perché noi per primi lo abbiamo ottenuto da Dio» (ibidem, nn. 13-14).

2. Le opere di misericordia

Al centro dello stile di vita misericordioso che l’acqua della grazia divina conferisce al credente, si situano le opere di misericordia: «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,42). Infatti, «il messaggio della Divina Misericordia costituisce [...] un programma di vita molto concreto ed esigente perché implica delle opere» (Francesco,Messaggio per la XXXI Giornata Mondiale della Gioventù 2016, n. 3, 15 agosto 2015).

Queste opere sintetizzano in qualche modo tutto il Nuovo Testamento, come viene espresso dalle parole sia del Venerabile Pio XII che di Papa Francesco. Pio XII ha detto: «Nelle opere di misericordia è l’essenza stessa del Vangelo» (Udienza generale, 19 luglio 1939); e, settantacinque anni dopo Papa Pacelli, Francesco ha osservato quanto le opere di misericordia indichino l’essenziale del Vangelo:«Vorrei sottolineare un aspetto particolare di questa azione educativa della nostra madre Chiesa, cioè come essa ci insegna le opere di misericordia. Un buon educatore punta all’essenziale. Non si perde nei dettagli, ma vuole trasmettere ciò che veramente conta perché il figlio o l’allievo trovi il senso e la gioia di vivere. È la verità. E l’essenziale, secondo il Vangelo, è la misericordia» (Udienza generale, 10 settembre 2014).

Questa essenzialità evangelica delle opere di misericordia ci incoraggia a riscoprire concretamente il posto che i poveri occupano nel cuore di Dio e che dovrebbero occupare nei nostri. Come ha incoraggiato Francesco: «È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina» (Bolla Misericordiæ Vultus, n. 15, 11 aprile 2015).

Un’altra indicazione data dai Papi è che le opere di misericordia vengano realizzate in comunione, secondo una complementarietà dei ruoli tra le diverse vocazioni nella Chiesa e nel mondo. Oltre ai sacerdoti dei quali abbiamo parlato prima, i Pontefici hanno fatto riferimento al ruolo dello stesso Papa, dei laici e dei religiosi.

Paolo VI definisce la stessa missione pontificia in funzione delle opere di misericordia, specialmente quelle spirituali, e osserva così: «Fra le funzioni dell’autorità pontificia, primissima è quella dell’esercizio della carità; la quale, come si sa, non è soltanto esercitata mediante le opere di misericordia, così dette, corporali, ma anche, e soprattutto, mediante quelle spirituali; e queste sono precisamente il contenuto specifico della missione benefica e salvatrice dell’Ufficio apostolico. Ma questo ci ricorda, e a Noi per primi, che, se siamo seguaci autentici di Cristo, dobbiamo avere somma premura di soccorrere i nostri fratelli nell’indigenza e nella sofferenza. Dobbiamo avere l’intelligenza dei bisogni altrui (Ps 11,1), e con l’intelligenza la compassione, con la compassione la venerazione, con la venerazione l’ingegnosità di portarvi rimedio» (Udienza generale, 11 novembre 1964)[12].

Per Giovanni Paolo II, le opere di misericordia rappresentano la quotidianità più concreta dell’impegno temporale dei laici. «La carità verso il prossimo, nelle forme antiche e sempre nuove delle opere di misericordia corporale e spirituale, rappresenta il contenuto più immediato, comune e abituale di quell’animazione cristiana dell’ordine temporale che costituisce l’impegno specifico dei fedeli laici» (Es. ap. Christifideles laici, n. 41, 30 dicembre 1988). Francesco ribadisce: «C’è tanto bisogno oggi di misericordia, ed è importante che i fedeli laici la vivano e la portino nei diversi ambienti sociali» (Angelus, 11 gennaio 2015).

Giovanni XXIII dal canto suo descrive come tutte le opere di misericordia vengono pure affidate alle religiose dal cuore dilatato dalla castità: «La Chiesa Santa del Signore [...] si abbellisce della nobile corona delle vergini, consacrate alla vita di preghiera e di sacrificio, ed all’esercizio delle quattordici opere di misericordia. [...] La verginità [...] è la virtù che dilata il vostro cuore all’amore più vero, più vasto e universale, che possa darsi su la terra: il servizio di Cristo nelle anime» (Alle Religiose di Roma, 29 gennaio 1960).

3. La misericordia e la missione

La misericordia spiega la missione e ne è il cuore. Il Signore infatti «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tim 2,4), e ricorda ad ogni generazione credente: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20). L’acqua della sua misericordia giungerà così a tutti gli uomini con la libera cooperazione dei credenti.

a) La volontà misericordiosa di Dio che tutti gli uomini siano salvi non contraddice il mandato missionario

La Chiesa ha riscoperto col Vaticano II i valori presenti nelle religioni; questo, però, ha indotto alcuni a non comprendere più il senso dell’apostolato cristiano: se Dio è misericordioso e tutti possono salvarsi a qualunque religione appartengano, la missione non è dunque più necessaria? Questo era il loro ragionamento implicito di cui Paolo VI si rese conto già prima della chiusura delle assisi conciliari[13] e vi ritornò nell’Esortazione apostolicaEvangelii nutiandi, testo caro a Papa Francesco. Si osserverà da una parte quanto questo insegnamento sia attuale nella cornice dell’odierna riflessione ecclesiale sulle religioni, dell’altra parte quanto il tema della divina misericordia via sia fortemente ancorato: «È dunque un crimine contro la libertà altrui proclamare nella gioia una Buona Novella che si è appresa per misericordia del Signore? [...] E perché solo la menzogna e l’errore, la degradazione e la pornografia avrebbero il diritto di essere proposti e spesso, purtroppo, imposti dalla propaganda distruttiva dei mass media, dalla tolleranza delle leggi, dalla timidezza dei buoni e dalla temerità dei cattivi? Questo modo rispettoso di proporre il Cristo e il suo Regno, più che un diritto, è un dovere dell’evangelizzatore. Ed è parimente un diritto degli uomini suoi fratelli di ricevere da lui l’annuncio della Buona Novella della salvezza. [...] Non sarà inutile che ciascun cristiano e ciascun evangelizzatore approfondisca nella preghiera questo pensiero: gli uomini potranno salvarsi anche per altri sentieri, grazie alla misericordia di Dio, benché noi non annunziamo loro il Vangelo; ma potremo noi salvarci se, per negligenza, per paura, per vergogna – ciò che San Paolo chiamava “arrossire del Vangelo” (Rm 1,16) – o in conseguenza di idee false, trascuriamo di annunziarlo?» (Es. ap. Evangelii nuntiandi, n. 80, 8 dicembre 1975). Ciò che è in gioco non è, dunque, soltanto la salvezza dei non cristiani, ma anche quella del cristiano che rifiuterebbe pigramente di diffondere la gioia del Vangelo e di collaborare filialmente con la misericordia del Padre.

b) La misericordia è anche al cuore dell’annuncio missionario

La misericordia sta al cuore della rivelazione e, dunque, della diffusione missionaria di questa rivelazione. Come sottolinea Giovanni Paolo II:«Il missionario è invitato a credere alla potenza trasformatrice del Vangelo e ad annunziare [...] la conversione all’amore e alla misericordia di Dio, l’esperienza di una liberazione integrale fino alla radice di ogni male, il peccato» (Enc. Redemptoris missio, n. 23, 7 dicembre 1990).

L’annuncio del Vangelo ha bisogno certamente della parola esplicita dei credenti ma anche della testimonianza della loro stessa esistenza[14], del loro stile di vita misericordioso, in quanto, come dice Francesco«C’è bisogno di cristiani che rendano visibile agli uomini di oggi la misericordia di Dio, che [sappiano] usare il linguaggio della misericordia, fatto di gesti e di atteggiamenti prima ancora che di parole» (Discorso ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, 14 ottobre 2013).

La situazione religiosa e culturale dei loro contemporanei dovrebbe svegliare in tutti i cristiani, qualsiasi vocazione abbiano, un forte senso di urgenza apostolica. Così, i discepoli missionari e le loro comunità vivranno «un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva» e oseranno «un po’ di più di prendere l’iniziativa» (Francesco, Es. ap. Evangelii gaudium, n. 24, 24 novembre 2013) per diffondere ovunque il liberatore messaggio di Cristo.

4. La misericordia e la famiglia cristiana

La vita familiare è uno degli ambienti più immediati dove vivere concretamente una vicendevole misericordia, dove accogliere l’acqua sorgiva della potente bontà di Dio.

a) La misericordia di Dio illumina le crisi della famiglia

Nell’attesa della prossima Esortazione apostolica del Santo Padre sulla famiglia, che raccoglierà i frutti delle due ultime Assemblee del Sinodo dei Vescovi, possiamo ricordare alcuni insegnamenti dei suoi predecessori su questo argomento[15].

Di fronte alle famiglie in crisi, tutta la Chiesa e specialmente i suoi pastori sono invitati a coniugare la fedeltà al piano divino sulla famiglia con la misericordia verso quelli che soffrono. Sono in questo senso ancora illuminanti le parole pronunciate da Giovanni Paolo II alla fine dell’assemblea sinodale del 1980, che ricordano molto le coordinate dottrinali e pastorali dei dibattiti in corso«Questo Sinodo [...] si è mosso su due direttrici, come su cardini, la fedeltà cioè al piano di Dio verso la famiglia e la pratica pastorale caratterizzata da un amore misericordioso e dal rispetto dovuto agli uomini considerati nella loro completezza, per quanto concerne il loro “essere” e il loro “vivere”» (Omelia. Santa Messa a conclusione della V Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo sul tema: «Missione della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo», 25 ottobre 1980).

Anche Benedetto XVI ha costatato la necessità della simultaneità di giustizia-verità e misericordia, ad esempio, nei processi matrimoniali canonici. Egli ha osservato che, erroneamente, «alcuni ritengono che la carità pastorale potrebbe giustificare ogni passo verso la dichiarazione della nullità del vincolo matrimoniale per venire incontro alle persone che si trovano in situazione matrimoniale irregolare. [...] Vorrei oggi sottolineare come sia la giustizia, sia la carità, postulino l’amore alla verità e comportino essenzialmente la ricerca del vero. In particolare, la carità rende il riferimento alla verità ancora più esigente. [...] “Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta [...]. Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario” (Enc. Caritas in veritate, n. 3)» (Discorso alla Rota Romana, 29 gennaio 2010).

Sui divorziati in nuova unione civile, dei quali si è parlato anche nelle due ultime Assemblee sinodali, San Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio esortava «caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza. [...] Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo. Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità» (Es. ap. Familiaris consortio, n. 84, 22 novembre 1981).

b) La misericordia divina e l’esigenza morale del Vangelo: l’esempio concreto dell’insegnamento di Humanæ vitæ

La materna preoccupazione della Chiesa di diffondere con misericordia la verità di Cristo è stata specialmente illustrata dal Beato Paolo VI nell’Enc. Humanæ vitæ. Papa Francesco ne ha parlato nella sua intervista al Corriere della Sera del 5 marzo 2014: «Il genio [di Paolo VI] fu profetico, ebbe il coraggio di alzarsi in piedi contro la maggioranza, di sostenere la disciplina morale».

Nella sua ultima Enciclica, il Beato Montini incoraggia così gli sposi a vivere l’apertura alla vita: «Affrontino quindi gli sposi i necessari sforzi, sorretti dalla fede e dalla speranza che “non delude, perché l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori con lo Spirito Santo, che ci è stato dato”; implorino con perseverante preghiera l’aiuto divino; attingano soprattutto nell’Eucaristia alla sorgente della grazia e della carità. Se il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita con abbondanza nel sacramento della penitenza» (Enc. Humanæ vitæ, n. 25, 25 luglio 1968).

Nel n. 29 dello stesso testo, il Pontefice chiedeva ai presbiteri di coniugare l’eminente forma di carità, di misericordia, che consiste nel non alterare la verità cristiana (qui sull’immoralità della contraccezione), e la pazienza anche misericordiosa verso chi fatica a vivere secondo la verità. Il pastore agirà così con fiducia, sicuro che «non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Redentore stesso ha dato l’esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare, ma per salvare, egli fu certo intransigente con il male, ma paziente e misericordioso verso i peccatori. Nelle loro difficoltà, i coniugi ritrovino sempre nella parola e nel cuore del sacerdote l’eco della voce e dell’amore del Redentore. Parlate poi con fiducia, diletti figli, ben convinti che lo Spirito Santo di Dio, mentre assiste il magistero nel proporre la dottrina, illumina internamente i cuori dei fedeli, invitandoli a dare il loro assenso. Insegnate agli sposi la necessaria via della preghiera, e istruiteli convenientemente, affinché ricorrano spesso e con grande fede ai sacramenti dell’eucaristia e della penitenza, e perché mai si scoraggino a motivo della loro debolezza» (Enc. Humanæ vitæ, n. 29). Perché la fiducia nello Spirito che guida la Chiesa nella sua fedeltà alla Parola è anche fiducia nello Spirito che spinge i fedeli a capire e a vivere le esigenze della legge di Cristo, i pastori sono chiamati a presentare la «‘misura alta’ della vita cristiana ordinaria» (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, n. 31), guidandovi con pazienza tutti i fedeli.

5. Preghiera e misericordia

La preghiera è una delle circostanze in cui il cristiano, in dialogo con Dio, suo Padre, impara a scoprire la misericordia concreta del Signore verso di lui e verso i suoi fratelli, a riconoscere nella storia i percorsi, sovente discreti, dell’acqua divina.

Il vincolo tra preghiera e misericordia fu un’idea cara a Paolo VI, il quale lo seppe inquadrare in una precisa metafisica dell’azione umana. Scrisse infatti: «Tutto dipende da Dio, perché Lui è la sorgente prima ed unica d’ogni cosa, anche nel regno della libertà umana; e tutto dipende dall’uomo in quanto egli liberamente sceglie la posizione che vuole rispetto all’azione di Dio; cioè Dio è causa, l’uomo condizione. [...] Questo sforzo di metterci in condizione d’essere favoriti dall’operazione di Dio in noi, si chiama preghiera. [...] Perciò il Signore tanto l’ha a noi raccomandata, come se Egli l’aspettasse da noi per concederci le sue grazie; essa è la causa dispositiva della sua misericordia verso di noi» (Udienza generale, 10 novembre 1965).

Ma Paolo VI non propose soltanto una teoria della preghiera come manifestazione della misericordia: il Beato ha anche innalzato a Dio una sua personale orazione con molteplici riferimenti alla misericordia. Nel suo Pensiero alla morte, scritto nel 1965, lo stesso anno della sua appena citata riflessione sulla filosofia dell’orazione, Papa Montini pregava così: «Al grido di gloria verso Dio Creatore e Padre succede il grido che invoca misericordia e perdono. [...] Povera vita stentata, gretta, meschina, tanto tanto bisognosa di pazienza, di riparazione, d’infinita misericordia. Sempre mi pare suprema la sintesi di Sant’Agostino: miseria et misericordia. Miseria mia, misericordia di Dio. Ch’io possa almeno ora onorare Chi Tu sei, il Dio d’infinita bontà, invocando, accettando, celebrando la Tua dolcissima misericordia. [...] Perché hai chiamato me, perché mi hai scelto? così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore? Lo so: “quæ stulta sunt mundi elegit Deus… ut non glorietur omnis caro in conspectu eius”. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1 Co 1,27-28). La mia elezione indica due cose: la mia pochezza; la Tua libertà, misericordiosa e potente. La quale non si è fermata nemmeno davanti alle mie infedeltà, alla mia miseria, alla mia capacità di tradirTi» (Pensiero alla morte [1965] in L’Osservatore Romano, nn. 32- 33, 9 agosto 1979).

E nel suo testamento, scriveva ancora: «Professo solennemente la nostra Fede, dichiaro la nostra Speranza, celebro la Carità che non muore, accettando umilmente dalla divina volontà la morte che mi è destinata, invocando la grande misericordia del Signore, implorando la clemente intercessione di Maria santissima, degli Angeli e dei santi, e raccomandando l’anima mia al suffragio dei buoni. [...] Note complementari al mio testamento [1972]. [...] Qualche preghiera affinché Dio mi usi misericordia. In Te, Domine, speravi. Amen, alleluia. A tutti la mia benedizione, in nomine Domini» (Il testamento [1965-1972-1973], nn. 1.6. Il testamento consiste in uno scritto del 30 giugno 1965, integrato da due aggiunte, una del 1972 e un’altra del 1973).

Per concludere questo tema, una citazione di Giovanni Paolo II sottolinea efficacemente che il vincolo tra orazione e misericordia non si realizza soltanto nella meditazione privata del singolo fedele, ma ha anche una valenza collettiva, ecclesiale: «In nessun momento [...] la Chiesa può dimenticare la preghiera che è grido alla misericordia di Dio dinanzi alle molteplici forme di male che gravano sull’umanità e la minacciano. [...] Quanto più la coscienza umana, soccombendo alla secolarizzazione, perde il senso del significato stesso della parola “misericordia”, quanto più, allontanandosi da Dio, si distanzia dal mistero della misericordia, tanto più la Chiesa ha il diritto e il dovere di far appello al Dio della misericordia “con forti grida”» (Enc. Dives in misericordia, n. 15, 30 novembre 1980).

6. La dimensione politica e sociale della misericordia

I Papi hanno anche immaginato la città degli uomini irrigata dalla misericordia, specialmente grazie all’azione libera e responsabile dei cristiani, formati dalla Chiesa secondo lo spirito di Cristo e trasformati dai sacramenti. Il Salmista prega: «Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio, la santa dimora dell’Altissimo» (Sal 45,5). In questa località felicemente alimentata dall’acqua descritta nel Salterio, la tradizione ha riconosciuto la Chiesa vivificata dalla grazia divina e Maria, che riceve la sua maternità dal Padre e diventa così tabernacolo di Cristo[16]; ma, vi si può anche più letteralmente riconoscere la civitas hominum trasformata dalla potenza divina. Si ricorderà specialmente qui «la civiltà dell’amore» predicata dal Beato Paolo VI[17], cominciando con due precisazioni su ciò che non è la promozione di questa civiltà.

Papa Montini ci ricorda che essa non è un utopismo moralizzante e ingenuo, innanzitutto perché questa civiltà è fondata sul dramma della croce: «Se vogliamo inaugurare nuovamente e promuovere la civiltà dell’amore non dovremo illuderci di poter cambiare questi anni stretti negli argini del tempo in un fiume di perfetta felicità. [...] Il perché è la Croce, eretta al valico sommo fra la vita presente e quella futura. La Croce non solo fa parte, ma costituisce il centro del mistero d’amore» (Udienza generale, 11 febbraio 1976). Paolo VI osserva anche che l’insistenza del suo magistero, specialmente dopo l’anno santo 1975, sulla civiltà dell’amore, non deriva da una dimenticanza della verità nel nome di un vago sentimentalismo: «La sintesi fra verità e carità tocca aspetti della vita molto importanti, [...] problemi intrinseci alla natura e alla socialità umana, i quali trovano nel Vangelo, e perciò in quella “civiltà dell’amore”, che noi andiamo vagheggiando quale eredità dell’Anno Santo, la loro umile e trionfante soluzione» (Udienza generale, 18 febbraio 1976).

Accanto a queste utili precisazioni su ciò che non è la civiltà dell’amore, si ricorderà anche qualche indicazione su ciò che essa è concretamente per i successori di Papa Montini. Giovanni Paolo II ha osservato, ad esempio, che questa civiltà si realizzerebbe «solo se introdurremo nel multiforme ambito dei rapporti interumani e sociali, insieme alla giustizia, quell’“amore misericordioso” che costituisce il messaggio messianico del Vangelo» (Enc. Dives in misericordia, n. 14, 30 novembre 1980). Questa augurata trasformazione dei rapporti sociali ha un’ambizione mondiale, perché, come disse Benedetto XVI,«Paolo VI comprese chiaramente come la questione sociale fosse diventata mondiale [...] e propose la carità cristiana come principale forza a servizio dello sviluppo. Mosso dal desiderio di rendere l’amore di Cristo pienamente visibile all’uomo contemporaneo, Paolo VI affrontò con fermezza importanti questioni etiche, senza cedere alle debolezze culturali del suo tempo» (Enc. Caritas in veritate, n. 13, 29 giugno 2009).

All’interno di questa benefica mondializzazione si ritroverebbe la spinta ecologica proposta da Papa Francesco nell’Enc. Laudato sì (24 maggio 2015), espressa in termini di misericordia: «La misericordia alla quale siamo chiamati abbraccia tutto il creato, che Dio ci ha affidato perché ne siamo custodi, e non sfruttatori o, peggio ancora, distruttori» (Udienza generale, 28 ottobre 2015).

Per chiudere questa relazione, si proporranno due ultime citazioni, sempre del Papa feliciter regnans; questi ci ricorderà quanto la preoccupazione concreta per i poveri – poveri di tutte le povertà, corporali e spirituali – sia una delle più chiare manifestazioni della progressiva costruzione della civiltà dell’amore in noi e intorno a noi, di una autentica apertura all’acqua della vita misericordiosa di Dio: «L’imperativo di ascoltare il grido dei poveri si fa carne in noi quando ci commuoviamo nel più intimo di fronte all’altrui dolore. Rileggiamo alcuni insegnamenti della Parola di Dio sulla misericordia, perché risuonino con forza nella vita della Chiesa. [...] È un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo» (Es. ap. Evangelii gaudium, nn. 193-194, 24 novembre 2013). «Chi sperimenta la misericordia divina, è spinto a farsi artefice di misericordia tra gli ultimi e i poveri. In questi “fratelli più piccoli” Gesù ci aspetta (cfr. Mt 25,40); riceviamo misericordia e diamo misericordia!» (Omelia. Celebrazione della penitenza, 28 marzo 2014).



[1] Questo testo è una relazione pronunciata durante il Convegno: Misericordiae Vultus, organizzato dalla Penitenzieria Apostolica (31 marzo 2016). Riprendo alcuni elementi dell’antologia che ho composto per il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione: Les papes et la miséricorde, Mame, Paris 2016, 149 pp. (pubblicato anche in italiano, tedesco, spagnolo, inglese e portoghese).

[2] Cfr. ad esempio Pierre d’ORNELLAS, La miséricorde dessine l’image de mon pontificat, Parole et Silence, Paris 2006; Giovanni Paolo II: Papa della misericordia, EMP-Edizioni Messaggero, Padova 2009.

[3] In Il nome di Dio è misericordia,una conversazione con Andrea Tornielli, Piemme, Milano 2016, pp. 23-24. Il Papa continua: «… e pensando alla Chiesa come a un ospedale da campo, dove si curano innanzitutto le ferite più gravi».

[4] L’espressione ‘regno di misericordia’ si ritrova ad esempio in alcuni autori medievali: «De regno namque justitiæ per Jesum transitus patet per pœnitentiam ad regnum misericordiæ»: Pietro di Celle († 1183), Sermo LXII. In festo S. Mariæ Magdalenæ III, PL 202,833;«Gloria et gratia et justitia per se tantum dicunt collationem boni, misericordia autem et collationem boni et ablationem mali per se. Ergo plus comprehendit et in amplius se extendit regnum misericordiæ quam regnum gloriæ, gratiæ vel justitiæ»: S. Alberto Magno († 1280),Mariale, q. 162, Ed. Auguste BORGNET, Vivès, Paris 1898, t. XXXVII, p. 235b.

[5] Si veda l’efficace riassunto della storia della salvezza proposto da Benedetto XVI a partire dalla misericordia: il divino «amore di misericordia illumina [...] il volto della Chiesa, e si manifesta sia mediante i Sacramenti, in particolare quello della Riconciliazione, sia con le opere di carità, comunitarie e individuali. Tutto ciò che la Chiesa dice e compie, manifesta la misericordia che Dio nutre per l’uomo, dunque per noi. Quando la Chiesa deve richiamare una verità misconosciuta, o un bene tradito, lo fa sempre spinta dall’amore misericordioso, perché gli uomini abbiano vita e l’abbiano in abbondanza (cfr. Gv 10,10). Dalla misericordia divina, che pacifica i cuori, scaturisce poi l’autentica pace nel mondo, la pace tra popoli, culture e religioni diverse» (Benedetto XVI, Angelus, Domenica della Divina Misericordia, 30 marzo 2008).

[6] De laudibus Beatæ Virginis, lib. 9, cap. 15, n. 2, in Opera omnia S. Alberti Magni, Jammy, Lyon 1651, t. XX, p. 744, col. 1, che riprende la dottrina di San Bernardo di Chiaravalle in In Nativitate B.V. Mariæ sermo de aquæductu’PL 183,437-448.

[7] Allegoriaæ quædam Scripturæ Sacræ, 139: PL 83,117.

[8] Saluto alla Beata Vergine Maria, 1.

[9] Una traduzione letterale di Mt 18,33: «Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? », potrebbe essere: «Non dovevi forse anche tu misericordiare il tuo compagno, così come io ho misericordiato te? ».

[10] Questo titolo riprende una espressione di San Giovanni Paolo II che, parlando del sacramento della confessione, disse: «Esorto i sacerdoti di ogni parte del mondo a farsene ministri generosi, affinché l’onda della misericordia divina possa raggiungere ogni anima bisognosa di purificazione e di conforto» (Ai partecipanti al Corso sul Foro interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica, 31 marzo 2005, n. 5).

[11] Questo titolo riprende una espressione di Papa Francesco: «Lasciamoci rinnovare dalla misericordia di Dio, lasciamoci amare da Gesù, lasciamo che la potenza del suo amore trasformi anche la nostra vita; e diventiamo strumenti di questa misericordia, canali attraverso i quali Dio possa irrigare la terra, custodire tutto il creato e far fiorire la giustizia e la pace» (Messaggio Urbi et orbi, 31 marzo 2013).

[12] Giovanni Paolo II ha scritto analogicamente: «Il Vescovo di Roma esercita un ministero che ha la sua origine nella multiforme misericordia di Dio. [...] L’autorità propria di questo ministero è tutta per il servizio del disegno misericordioso di Dio e va sempre vista in questa prospettiva. Il suo potere si spiega con essa. Ricollegandosi alla triplice professione d’amore di Pietro che corrisponde al triplice tradimento, il suo successore sa di dover essere segno di misericordia. Il suo è un ministero di misericordia nato da un atto di misericordia di Cristo» (Enc. Ut unum sint, nn. 92-93, 25 maggio 1995).

[13] Diceva così sette mesi prima della conclusione del Concilio: «L’avere scoperto i valori che sono nelle religioni non cristiane, valori spirituali ed umani degni d’ogni rispetto, l’aver intravisto in tali valori una misteriosa predisposizione alla piena luce della rivelazione, non autorizza l’apostolato della Chiesa al riposo; sì bene lo conforta e lo stimola; ed il riconoscere che Dio ha altre vie per salvare le anime al di fuori del cono di luce, ch’è la rivelazione della salvezza, da Lui proiettato sul mondo, non dispensa il figlio della luce a lasciare a Dio stesso svolgere questa sua segreta economia della salvezza, rinunciando alla fatica della dilatazione della vera luce, e a dispensarsi dalla testimonianza, dal martirio, dall’oblazione ai fratelli, che anche senza loro colpa “in umbra mortis sedent”, ma lo invita a celebrare il mistero della misericordia con immensa ampiezza di visione, quella di San Paolo: “Conclusit enim Deus omnia in incredulitate, ut omnium misereatur” (Rm 11,32), ma per ciò stesso a farsi portatore di tale misericordia nel piano storico ed umano quanto più largamente a lui sia possibile» (Discorso ai componenti dei Consigli Superiori Generali delle Pontificie Opere Missionarie e dell’Unione Missionaria del Clero, 14 maggio 1965).

[14] Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale su alcuni aspetti dellevangelizzazione (3 dicembre 2007), n. 11: «Nella trasmissione del Vangelo la parola e la testimonianza della vita vanno di pari passo; affinché la luce della verità sia irradiata a tutti gli uomini, è necessaria anzitutto la testimonianza della santità. Se la parola è smentita dalla condotta, difficilmente viene accolta. Ma neppure basta la sola testimonianza, perché “anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata – ciò che Pietro chiamava ‘dare le ragioni della propria speranza’ (1 Pt 3,15) – ed esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù” (Paolo VI, Es. ap. Evangelii nuntiandi, n. 22)».

[15] Questa relazione considera infatti il magistero pontificio da Paolo VI fino all’1° aprile 2016, e non include dunque ulteriori interventi di Papa Francesco sulla misericordia, ad esempio nelle sue omelie, durante le udienze, o nell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris lætitia.

[16] Cfr. André FEUILLET p.s.s., L’heure de la femme, Biblica 47 (1966) 169-184; 361-380; 557-573.

[17] Cfr. Verso la civiltà dell’amore: Paolo VI e la costruzione della comunità umana: dai discorsi e messaggi di Paolo VI, 1967-1978, introduzione di Gian Paolo SALVINI s.j., XI Colloquio internazionale di studio (Concesio, 24-25-26 settembre 2010). Pro manuscripto offerto come strumento di lavoro ai partecipanti al Colloquio, Istituto Paolo VI, Brescia 2010; Verso la civiltà dell’amore: Paolo VI e la costruzione della comunità umana: Colloquio internazionale di studio, Concesio (Brescia), 24-25-26 settembre 2010, a cura di Renato PAPETTI, Istituto Paolo VI-Studium, Brescia-Roma 2012.