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Martes, 22 Abril 2014

Selezione di testi di Francesco sulla Sacra Liturgia I (2013-2014)

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Juan José Silvestre, Selezione di testi di Francesco sulla Sacra Liturgia (2013-2014), in collationes.org, aprile 2014.

FRANCESCO, Omelia, Santa Messa a Santa Marta, 10.II.2014.

Alla messa non si va con l’orologio in mano, come se si dovessero contare i minuti o assistere a una rappresentazione. Si va per partecipare al mistero di Dio. E questo vale anche per quanti si recano a Santa Marta alla messa celebrata dal Papa, che, ha detto infatti il Pontefice proprio questa mattina, lunedì 10 febbraio, ai fedeli presenti nella cappella della sua residenza, «non è una gita turistica. No! Voi venite qui e ci riuniamo qui per entrare nel mistero. E questa è la liturgia».

(...) Il Signore ci parla attraverso la sua parola, raccolta nel Vangelo e nella Bibbia, e attraverso la catechesi, l’omelia. Non solo ci parla ma, ha precisato, «si fa anche presente in mezzo al suo popolo, in mezzo alla sua Chiesa. È la presenza del Signore. Il Signore che si avvicina al suo popolo; si fa presente e condivide con il suo popolo un po’ di tempo».

Questo è ciò che avviene durante la celebrazione liturgica che certamente «non è un buon atto sociale - ha spiegato ancora il vescovo di Roma - e non è una riunione di credenti per pregare insieme. È un’altra cosa» perché «nella liturgia eucaristica Dio è presente» e, se possibile, si fa presente in modo ancor «più vicino». La sua, ha detto ancora il Papa, «è una presenza reale».

E, ha puntualizzato il Pontefice, «quando parlo di liturgia mi riferisco principalmente alla santa messa. Quando celebriamo la messa, non facciamo una rappresentazione dell’Ultima Cena». La messa «non è una rappresentazione; è un’altra cosa. È proprio l’Ultima Cena; è proprio vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore. È una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo».

Quindi Papa Francesco ha riproposto, come spesso è solito fare, un comportamento usuale nei fedeli: «Noi sentiamo o diciamo: “Ma, io non posso adesso, devo andare a messa, devo andare a sentire messa”. La messa non si sente, si partecipa. E si partecipa in questa teofania, in questo mistero della presenza del Signore fra noi». È qualcosa di diverso da altre forme della nostra devozione, ha precisato ancora portando a esempio il presepio vivente «che facciamo nelle parrocchie a Natale, o la Via Crucis che facciamo nella Settimana Santa». Queste, ha spiegato, sono rappresentazioni; l’eucaristia è «una commemorazione reale, cioè è una teofania. Dio si avvicina ed è con noi e noi partecipiamo del mistero della redenzione».

Il Pontefice si è poi riferito a un altro comportamento assai comune tra i cristiani: «Quante volte - ha notato infatti - contiamo i minuti... “Ho appena mezz’ora, devo andare a messa...”». Questo «non è l’atteggiamento proprio che ci chiede la liturgia: la liturgia è tempo di Dio e spazio di Dio, e noi dobbiamo metterci lì nel tempo di Dio, nello spazio di Dio e non guardare l’orologio. La liturgia è proprio entrare nel mistero di Dio; lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero»

E, rivolgendosi proprio ai presenti alla celebrazione ha così proseguito: «Per esempio, io sono sicuro che tutti voi venite qui per entrare nel mistero. Forse però qualcuno ha detto: “Io devo andare a messa a Santa Marta, perché nella gita turistica di Roma c’è da andare a visitare il Papa a Santa Marta tutte le mattine...”. No! Voi venite qui, noi ci riuniamo qui, per entrare nel mistero. E questa è la liturgia, il tempo di Dio, lo spazio di Dio, la nube di Dio che ci avvolge tutti».

Quindi Papa Francesco ha condiviso con i presenti alcuni ricordi della sua infanzia: «Io ricordo che bambino, quando ci preparavano alla prima Comunione, ci facevano cantare “O santo altare custodito dagli angeli” e questo ci faceva capire che l’altare era custodito dagli angeli, ci dava il senso della gloria di Dio, dello spazio di Dio, del tempo di Dio. E poi, quando ci facevano fare la prova per la comunione, portavano le ostie per fare la prova e ci dicevano: “Guardate che queste non sono quelle che voi riceverete; queste non valgono niente, perché poi ci sarà la consacrazione”. Ci facevano distinguere bene una cosa dall’altra: il ricordo dalla commemorazione». Dunque celebrare la liturgia significa «avere questa disponibilità per entrare nel mistero di Dio», nel suo spazio, nel suo tempo.

E, avviandosi a conclusione, il Pontefice ha invitato i presenti a «chiedere oggi al Signore che ci dia a tutti questo senso del sacro, questo senso che ci faccia capire che una cosa è pregare a casa, pregare in chiesa, pregare il rosario, pregare tante belle preghiere, fare la via crucis, leggere la bibbia; e un’altra cosa è la celebrazione eucaristica. Nella celebrazione entriamo nel mistero di Dio, in quella strada che noi non possiamo controllare: lui soltanto è l’unico, lui è la gloria, lui è il potere. Chiediamo questa grazia: che il Signore ci insegni ad entrare nel mistero di Dio».

FRANCESCO, Omelia, Santa Messa a Santa Marta, 28.I.2014.

(...) «la preghiera di lode - ha notato il Santo Padre - la lasciamo da parte». Per noi non è così spontanea. Alcuni, ha aggiunto, potrebbero pensare che si tratta di una preghiera «per quelli del rinnovamento dello spirito, non per tutti i cristiani. La preghiera di lode è una preghiera cristiana per tutti noi. Nella messa, tutti i giorni, quando cantiamo ripetendo “Santo, Santo...”, questa è una preghiera di lode, lodiamo Dio per la sua grandezza perché è grande. E gli diciamo cose belle, perché a noi piace che sia così». E non importa essere buoni cantanti. Infatti, ha spiegato Papa Francesco, non è possibile pensare che «sei capace di gridare quando la tua squadra segna un gol e non sei capace di cantare le lodi al Signore, di uscire un po’ dal tuo contegno per cantare questo».

Lodare Dio «è totalmente gratuito» ha quindi proseguito. «Non chiediamo, non ringraziamo. Lodiamo: tu sei grande. “Gloria al Padre, al Figlio allo Spirito santo...”. Con tutto il cuore diciamo questo. È un atto anche di giustizia, perché lui è grande, è il nostro Dio. Pensiamo a una bella domanda che noi possiamo farci oggi: “Come va la mia preghiera di lode? Io so lodare il Signore? O quando prego il Gloria o il Sanctus lo faccio soltanto con la bocca e non con tutto il cuore? Cosa mi dice Davide danzando? e Sara che balla di gioia? Quando Davide entra in città, incomincia un’altra cosa: una festa. La gioia della lode ci porta alla gioia della festa». Festa che poi si allarga alla famiglia, «ognuno - è l’immagine proposta dal Pontefice - in casa sua a mangiare il pane, a festeggiare». Ma quando Davide rientra nel Palazzo, deve affrontare il rimprovero e il disprezzo di Michal, la figlia del re Saul: «“Ma tu non hai vergogna di fare quello che hai fatto? Come fare questa cosa, ballare davanti a tutti, tu il re? Non hai vergogna?”. Io mi domando quante volte noi disprezziamo nei nostri cuori persone buone, gente buona che loda il Signore» così in modo spontaneo, così come le viene, senza seguire atteggiamenti formali.

Ma nella Bibbia, ha ricordato il Papa, si legge che «Michal è rimasta sterile per tutta la vita per questo. Cosa vuol dire la Parola di Dio qui? Che la gioia, che la preghiera di lode ci fa fecondi. Sara ballava nel momento grande della sua fecondità a novant’anni! La fecondità dà la lode al Signore». L’uomo o la donna che lodano il Signore, che pregano lodando il Signore - e quando lo fanno sono felici di dirlo - e si rallegrano «quando cantano il Sanctus nella messa» sono un uomo o una donna fecondi. Invece, ha aggiunto il Pontefice, quelli che «si chiudono nella formalità di una preghiera fredda, misurata, così, forse finiscono come Michal, nella sterilità della sua formalità. Pensiamo e immaginiamo Davide che danza con tutte le forze davanti al Signore. Pensiamo che bello è fare le preghiere di lode. Forse ci farà bene ripetere oggi le parole del salmo che abbiamo pregato, il 23: Alzate o porte la vostra fronte, alzatevi soglie antiche ed entri il re della gloria, il Signore forte e valoroso è il re della gloria. Alzate o porte la vostra fronte. Chi è mai questo re della gloria? È il Signore degli eserciti, il Signore della vittoria». Questa deve essere la nostra preghiera di lode e, ha concluso, quando la eleviamo al Signore dobbiamo «dire al nostro cuore: “Alzati cuore, perché stai davanti al re della gloria”».

FRANCESCO, Omelia, Santa Messa a Santa Marta, 10.I.2014.

Proprio «questa fede chiede a noi due atteggiamenti: confessare e affidarci» ha detto il Papa. Anzitutto «la fede è confessare Dio; ma il Dio che si è rivelato a noi dal tempo dei nostri padri fino adesso: il Dio della storia». È quello che noi affermiamo tutti i giorni nel Credo. Ma - ha puntualizzato il Pontefice - «una cosa è recitare il Credo dal cuore e l’altra come pappagalli: credo in Dio, credo in Gesù Cristo, credo...». Il Papa ha proseguito proponendo un esame di coscienza: «Io credo in quello che dico? Questa confessione di fede è vera o io lo dico a memoria perché si deve dire? O credo a metà?».

Dunque si deve «confessare la fede». E confessarla «tutta, non una parte. Tutta!». Ma, ha aggiunto, si deve anche «custodirla tutta come è arrivata a noi per la strada della tradizione. Tutta la fede!». Il Pontefice ha poi indicato «il segno» per riconoscere se confessiamo «bene la fede». Infatti «chi confessa bene la fede, tutta la fede, ha la capacità di adorare Dio». È un «segno» che può sembrare «un po’ strano - ha commentato il Papa - perché noi sappiamo come chiedere a Dio, come ringraziare Dio. Ma adorare Dio, lodare Dio è di più. Soltanto quello che ha questa fede forte è capace dell’adorazione».

Proprio sull’adorazione, ha fatto notare il Papa, «oso dire che il termometro della vita della Chiesa è un po’ basso: noi cristiani non abbiamo tanta - alcuni sì - capacità di adorare, perché nella confessione della fede noi non siamo convinti. O siamo convinti a metà». Dovremmo invece recuperare la capacità «di lodare e di adorare» Dio; anche perché, ha aggiunto il Pontefice, la preghiera per «chiedere e ringraziare la facciamo tutti».

FRANCESCO, Es. apost. post. Evangelii gaudium, n. 24

“Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi”

FRANCESCO, Omelia, Santa Messa a Santa Marta, 22.XI.2013

«Riconsacrare il tempio perché lì sia data gloria a Dio» è perciò il senso essenziale del gesto di Giuda Maccabeo, proprio perché «il tempio è il luogo dove la comunità va a pregare, a lodare il Signore, a rendere grazie, ma soprattutto ad adorare». Infatti «nel tempio si adora il Signore. Questo è il punto più importante» ha ribadito il Papa. E questa verità vale per ogni tempio e per ogni cerimonia liturgica, dove ciò che «è più importante è l’adorazione» e non «i canti e i riti», per quanto belli. «Tutta la comunità riunita - ha spiegato - guarda l’altare dove si celebra il sacrificio e adora. Ma io credo, umilmente lo dico, che noi cristiani forse abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione. E pensiamo: andiamo al tempio, ci raduniamo come fratelli, ed è buono, è bello. Ma il centro è lì dov’è Dio. E noi adoriamo Dio».

Papa Francesco ha perciò invitato a cogliere l’occasione per ripensare l’atteggiamento da tenere: «I nostri templi - ha chiesto - sono luoghi di adorazione? Favoriscono l’adorazione? Le nostre celebrazioni favoriscono l’adorazione?». Giuda Maccabeo e il popolo «avevano lo zelo per il tempio di Dio perché è la casa di Dio, la dimora di Dio. E loro andavano in comunità a trovare Dio lì, ad adorare».

Come narra l’evangelista Luca, «anche Gesù purifica il tempio». Ma lo fa con la «frusta in mano». Si mette a scacciare «gli atteggiamenti pagani, in questo caso degli affaristi che vendevano e avevano trasformato il tempio in piccoli negozi per vendere, per fare il cambio delle monete, della valuta». Gesù purifica il tempio ammonendo: «Sta scritto: la mia casa sarà casa di preghiera» e «non di altra cosa. Il tempio è un luogo sacro. E noi dobbiamo entrare lì, nella sacralità che ci porta all’adorazione. Non c’è un’altra cosa».

Inoltre, ha proseguito il Pontefice, «san Paolo ci dice che noi siamo templi dello Spirito Santo: io sono un tempio, lo spirito di Dio è in me. E anche ci dice: non rattristate lo spirito del Signore che è dentro di voi». In questo caso, ha precisato, possiamo parlare di «una sorta di adorazione, che è il cuore che cerca lo spirito del Signore dentro di sé. E sa che Dio è dentro di sé, che lo Spirito Santo è dentro di sé e ascolta e lo segue. Anche noi - ha affermato - dobbiamo purificarci continuamente perché siamo peccatori: purificarci con la preghiera, con la penitenza, con il sacramento della riconciliazione, con l’Eucaristia».

E così, ha spiegato il Santo Padre, «in questi due templi - il tempio materiale luogo di adorazione e il tempio spirituale dentro di me, dove abita lo Spirito Santo - il nostro atteggiamento deve essere la pietà che adora e ascolta; che prega e chiede perdono; che loda il Signore». E «quando si parla della gioia del tempio, si parla di questo: tutta la comunità in adorazione, in preghiera, in rendimento di grazia, in lode. Io in preghiera col Signore che è dentro di me, perché io sono tempio; io in ascolto; io in disponibilità».

Papa Francesco ha concluso l’omelia invitando a pregare perché «il Signore ci conceda questo vero senso del tempio per poter andare avanti nella nostra vita di adorazione e di ascolto della parola di Dio».

FRANCESCO, Discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, 14.X.2013

Tutto questo, però, nella Chiesa non è lasciato al caso, all’improvvisazione. Esige l’impegno comune per un progetto pastorale che richiami l’essenziale e che sia ben centrato sull’essenziale, cioè su Gesù Cristo. Non serve disperdersi in tante cose secondarie o superflue, ma concentrarsi sulla realtà fondamentale, che è l’incontro con Cristo, con la sua misericordia, con il suo amore e l’amare i fratelli come Lui ci ha amato. Un incontro con Cristo che è anche adorazione, parola poco usata: adorare Cristo.

FRANCESCO, Omelia, Santa Messa Santa Marta, 7.IX.2013

Qual è dunque la regola per essere cristiano con Cristo? E qual è il «segno» che una persona è un cristiano con Cristo? Si tratta di una «regola   -ha spiegato il Papa- molto semplice: è valido soltanto quello che ti porta a Gesù, e soltanto è valido quello che viene da Gesù. Gesù è il centro, il Signore, come lui stesso dice».

Dunque se una cosa porta o viene da Gesù «vai avanti» ha esortato il Santo Padre; ma se non viene o non porta a Gesù, «allora è un po’ pericoloso». E a proposito del «segno» ha detto: «È un segno semplice quello del cieco alla nascita di cui parla il vangelo di Giovanni al capitolo nono. Il Vangelo dice che si prostrò davanti a lui per adorare Gesù. Un uomo o una donna che adora Gesù è un cristiano con Gesù. Ma se tu non riesci ad adorare Gesù, qualcosa ti manca».

Ecco allora «una regola e un segno» ha concluso il Pontefice. «La regola - ha detto - è: sono un buon cristiano, sono sulla strada del buon cristiano se faccio quello che viene da Gesù o che mi porta a Gesù perché lui è il centro. Il segno è l’adorazione davanti a Gesù, la preghiera di adorazione davanti a Gesù»

FRANCESCO, Conferenza stampa durante il volo di ritorno del Brasile, GMG 28.VII.2013

Nelle Chiese ortodosse, hanno conservato quella pristina liturgia, tanto bella. Noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione. Loro lo conservano, loro lodano Dio, loro adorano Dio, cantano, il tempo non conta. Il centro è Dio, e questa è una ricchezza che vorrei dire in questa occasione.

FRANCESCO, Messaggio in occasione al Congresso Eucaristico Nazionale della Germania, Colonia 30.V.2013

«Signore, da chi andremo?». Anche noi, membri della Chiesa di oggi, ci poniamo questa domanda. Anche se essa è forse più titubante nella nostra bocca che sulle labbra di Pietro, la nostra risposta, come quella dell’Apostolo, può essere solo la persona di Gesù. Certo, Egli visse duemila anni fa. Tuttavia noi possiamo incontrarLo nel nostro tempo quando ascoltiamo la sua Parola e siamo a Lui vicini, in modo unico, nell’Eucaristia. Il Concilio Vaticano II la chiama “azione sacra per eccellenza; nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado” (Cost. Sacrosanctum Concilium, 7). Che la Santa Messa non cada per noi in una routine superficiale! Che attingiamo sempre di più alla sua profondità! È proprio essa ad inserirci nell’immensa opera di salvezza di Cristo, ad affinare la nostra vista spirituale per cogliere il suo amore: la sua “profezia in atto” con cui, nel Cenacolo, diede inizio al dono di Sé sulla Croce; la sua vittoria irrevocabile sul peccato e sulla morte, che annunciamo con fierezza e in modo gioioso. “Bisogna imparare a vivere la Santa Messa” disse un giorno il Beato Giovanni Paolo II, in un Seminario romano, ai giovani che lo interrogarono sul raccoglimento profondo con cui celebrava (Visita al Pontificio Collegio Germanico Ungarico, 18 ottobre 1981). “Imparare a vivere la Santa Messa”! A questo ci aiuta, ci introduce, il sostare in adorazione davanti al Signore eucaristico nel tabernacolo e il ricevere il Sacramento della Riconciliazione.

FRANCESCO, Discorso ai partecipanti all’assemblea plenaria dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali (U.I.S.G.), 8.V.2013

Gesù, nell’Ultima Cena, si rivolge agli Apostoli con queste parole: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16), che ricordano a tutti, non solo a noi sacerdoti, che la vocazione è sempre una iniziativa di Dio. È Cristo che vi ha chiamate a seguirlo nella vita consacrata e questo significa compiere continuamente un “esodo” da voi stesse per centrare la vostra esistenza su Cristo e sul suo Vangelo, sulla volontà di Dio, spogliandovi dei vostri progetti, per poter dire con san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questo “esodo” da se stessi è mettersi in un cammino di adorazione e di servizio. Un esodo che ci porta a un cammino di adorazione del Signore e di servizio a Lui nei fratelli e nelle sorelle. Adorare e servire: due atteggiamenti che non si possono separare, ma che devono andare sempre insieme. Adorare il Signore e servire gli altri, non tenendo nulla per sé: questo è lo “spogliamento” di chi esercita l’autorità. Vivete e richiamate sempre la centralità di Cristo, l’identità evangelica della vita consacrata. Aiutate le vostre comunità a vivere l’”esodo” da sé in un cammino di adorazione e di servizio, anzitutto attraverso i tre cardini della vostra esistenza.

FRANCESCO, Omelia, Santa Messa san Paolo fuori le mura, 14.IV.2013

Annunciare e testimoniare è possibile solo se siamo vicini a Lui, proprio come Pietro, Giovanni e gli altri discepoli nel brano del Vangelo di oggi sono attorno a Gesù Risorto; c’è una vicinanza quotidiana con Lui, ed essi sanno bene chi è, lo conoscono. L’Evangelista sottolinea che «nessuno osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore» (Gv 21,12). E questo è un punto importante per noi: vivere un rapporto intenso con Gesù, un’intimità di dialogo e di vita, così da riconoscerlo come “il Signore”. Adorarlo! Il brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato ci parla dell’adorazione: le miriadi di angeli, tutte le creature, gli esseri viventi, gli anziani, si prostrano in adorazione davanti al Trono di Dio e all’Agnello immolato, che è Cristo, a cui va la lode, l’onore e la gloria (cfr Ap 5,11-14). Vorrei che ci ponessimo tutti una domanda: Tu, io, adoriamo il Signore? Andiamo da Dio solo per chiedere, per ringraziare, o andiamo da Lui anche per adorarlo? Che cosa vuol dire allora adorare Dio? Significa imparare a stare con Lui, a fermarci a dialogare con Lui, sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte. Ognuno di noi, nella propria vita, in modo consapevole e forse a volte senza rendersene conto, ha un ben preciso ordine delle cose ritenute più o meno importanti. Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia.