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Viernes, 01 Julio 2011

Sobre la relación entre Sacerdocio y Celibato

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Ofrecemos a continuación el artículo del Prof. Mons. Fernando Ocáriz, Sulla relazione tra Sacerdozio e Celibato, publicado en Sacrum Ministerium (Annus XVII -1/2011, pp. 27-35, Revista de la Congregación para el Clero). En este texto se analiza la relación entre sacerdocio y celibato, presentando, en cuanto al celibato, sus motivos de conveniencia -de orden cristológico, eclesiológico y escatológico- para el sacerdocio ministerial. Además, siguiendo el magisterio del Beato Juan Pablo II y de Benedicto XVI, se resalta la centralidad de la Eucaristía en el motivo cristológico: siguiendo el ejemplo de Cristo, el ministro ofrece su propio cuerpo para la salvación del mundo.

F. Ocáriz, Sulla relazione tra Sacerdozio e Celibato, en “Sacrum Ministerium” (Annus XVII – 1/2011), pp. 27-35.

 

Dal Concilio Vaticano in poi, nel Magistero della Chiesa sui motivi del celibato sacerdotale, c'è una linea principale di approfondimento, che si sviluppa dal Decreto Presbyterorum Ordinis e dall'Enciclica Sacerdotalis caelibatus di Paolo VI fino all'Esortazione Apostolica Pastores dabo vobis di Giovanni Paolo II ed agli insegnamenti di Benedetto XVI sull'argomento.

Nel Vaticano II venne riaffermato che il celibato «ha per molte ragioni un rapporto di convenienza con il sacerdozio»; benché «non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio», «la perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli [...] è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale»[1]. Nell'Enc. Sacerdotalis caelibatus, i motivi del celibato vennero articolati attorno alle dimensioni cristologica, ecclesiologica ed escatologica, poi approfondite dal magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che hanno precisato la centralità eucaristica del motivo cristologico: seguendo l'esempio di Cristo, il ministro offre il proprio corpo per la missione, per la salvezza del mondo, incarnando così nella sua vocazione una «logica eucaristica dell'esistenza cristiana»[2].

Il motivo cristologico

Sin dal Vaticano II, il magistero ecclesiale sul celibato sacerdotale è essenzialmente cristologico: i motivi del celibato sono «fondati sul mistero di Cristo e della sua missione»[3]. Cristo è stato celibe e questa scelta di Cristo si deve rispecchiare nel ministro: egli partecipa dell'unico sacerdozio di Cristo, dovrebbe di conseguenza partecipare della sua oblazione nel celibato. «Il sacerdozio cristiano, che è nuovo, può essere compreso soltanto alla luce della novità di Cristo, Pontefice sommo ed eterno Sacerdote, il quale ha istituito il sacerdozio ministeriale come reale partecipazione al suo unico sacerdozio. Il ministro di Cristo e amministratore dei misteri di Dio ha dunque in lui anche il modello diretto e il supremo ideale»[4].

E Benedetto XVI spiega che «Il fatto che Cristo stesso, sacerdote in eterno, abbia vissuto la sua missione fino al sacrificio della croce nello stato di verginità costituisce il punto di riferimento sicuro per cogliere il senso della tradizione della Chiesa latina a questo proposito»[5]. Si può capire la natura sacerdotale del celibato di Cristo, anche nel fatto che la sua oblazione redentrice sulla Croce fu prefigurata e realizzata parzialmente dalla libera scelta del celibato. Nella sua rinuncia al matrimonio, Cristo agisce come sacerdote del proprio corpo, che offre per l'umanità[6].

 Come proclama la Lettera agli Ebrei: «Cristo, con uno Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio» (Eb 9,14): «una novità inaudita. Nella sua oblazione, Cristo è allo stesso tempo quello che offre e colui che è offerto, il sacerdote e la vittima»[7], in una oblazione perfettamente compiuta una volta per tutte dal Salvatore sul Golgota, anticipata dalla sua scelta del celibato e liberamente partecipata dai ministri della Nuova Alleanza, che uniscono l'offerta del loro corpo all'unico sacrificio di Cristo. «Questa profonda connessione tra la verginità e il sacerdozio in Cristo si riflette in quelli che hanno la sorte di partecipare alla dignità e alla missione del Mediatore e Sacerdote eterno, e tale partecipazione sarà tanto più perfetta, quanto più il sacro ministro sarà libero da vincoli di carne e di sangue»[8].

Così il sacerdote può vivere per Cristo e per la sua missione: «Cristo [...] ha aperto anche un nuovo cammino, in cui la creatura umana, aderendo totalmente e direttamente al Signore e preoccupata soltanto di lui e delle sue cose, manifesta in maniera chiara e compiuta la realtà profondamente innovatrice del Nuovo Testamento»[9]. Il ministro è chiamato a realizzare l'ideale di 1Cor 7, 32: «chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore», che significa la volontà di identificazione con Cristo, l'abbandono dei propri scopi per non avere altri che i disegni del Signore, una dedizione a Lui in una totale rinuncia[10]. Queste idee sono al centro del Magistero recente sul celibato, ma anche la tradizione patristica ne ha certamente tenuto conto[11].

È evidente che i testi neotestamentari solitamente considerati a questo riguardo —specialmente Mt 19, 12, sul celibato per il Regno dei cieli; e 1Cor 7, 32, sul celibato per avere il «cuore indiviso» per il Signore— sono applicabili al celibato sacerdotale: sono infatti i due testi citati al riguardo dal Catechismo della Chiesa Cattolica[12]. Tuttavia, si tratta di testi applicabili anche a tutte le altre forme di celibato per il Regno.

Ma ci sono altri fondamenti biblici più specifici per il celibato sacerdotale. In particolare, va citata la tesi, sostenuta da alcuni esegeti, secondo la quale l'espressione paolina «unius uxoris vir», applicata esclusivamente ai vescovi (cfr. 1Tim 3,2), ai presbiteri (cfr. Tit 1, 6) e ai diaconi (cfr. 1Tim 3, 12), indica in realtà, in apparente paradosso, l'esigenza della totale continenza per i sacri ministri che erano sposati[13].

 Per i Padri, la monogamia prova la capacità del ministro a vivere la legge della continenza a partire dall'ordinazione[14]. È stato anche rilevato che tale espressione è uno dei testi principali sui quali si basava la tradizione antica per rivendicare l'origine apostolica della legge del celibato sacerdotale, come hanno mostrato i noti studi di Stickler e Cochini[15].

Anche l'espressione Dominus pars hereditatis meae (Sal 16, 5), con la quale l'orante sacerdote interpreta la sua vita alla luce del fatto che la tribù sacerdotale in Israele non ebbe una propria parte della terra promessa, può essere interpretata come figura profetica del celibato sacerdotale cristiano. Così lo esprime Benedetto XVI: «Il vero fondamento del celibato può essere racchiuso solo nella frase: Dominus pars — Tu sei la mia terra. Può essere solo teocentrico. Non può significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi grazie ad un più intimo stare con Lui a servire pure gli uomini»[16].

Il motivo ecclesiologico

Il motivo ecclesiologico è una diretta conseguenza —anzi, un aspetto costitutivo— del motivo cristologico. Il ministro offre il suo corpo come fece Cristo, e manifesta l'amore sponsale di Cristo per la sua sposa la Chiesa. «La volontà della Chiesa trova la sua ultima motivazione nel legame che il celibato ha con l'Ordinazione sacra, che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa. La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l'ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, è dono di sé in e con Cristo alla sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore»[17].

«Preso da Cristo Gesù fino all'abbandono totale di tutto se stesso a lui, il sacerdote si configura più perfettamente a Cristo anche nell'amore col quale l'eterno Sacerdote ha amato la Chiesa, suo Corpo, offrendo tutto se stesso per lei, al fine di farsene una sposa gloriosa, santa e immacolata. La verginità consacrata dei sacri ministri manifesta infatti l'amore verginale di Cristo per la Chiesa e la verginale e soprannaturale fecondità di questo connubio»[18]. Il pensiero che il ministro sacro, ricevendo una sola sposa, la Chiesa, è tenuto alla continenza, perché non può più accettare un'altra consorte, carnale questa volta, è già presente nella patristica[19].

Con la rinuncia al matrimonio, il ministro acquista una nuova fecondità che i Padri esprimono sovente in termini di paternità: grazie alla continenza, il sacerdote si apre ad una moltitudine di figli spirituali[20]. Anche il Magistero recente descrive la fecondità che deriva dal celibato come una paternità: «Con la verginità o il celibato osservato per il regno dei cieli, i presbiteri [...] si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo»[21]. «Il celibato è dunque da accogliere [...] come dono inestimabile di Dio, come stimolo della carità pastorale, come singolare partecipazione alla paternità di Dio e alla fecondità della Chiesa»[22].

Il celibato permette poi una specifica disponibilità psicologica ed effettiva al servizio della Chiesa. «La consacrazione a Cristo in virtù d'un titolo nuovo ed eccelso, come il celibato, consente inoltre al sacerdote, com'è evidente, anche nel campo pratico, la massima efficienza e la migliore attitudine psicologica ed affettiva per l'esercizio continuo di quella carità perfetta che gli permetterà in maniera più ampia e concreta di spendersi tutto a vantaggio di tutti, e gli garantisce ovviamente una maggiore libertà e disponibilità nel ministero pastorale»[23].

Infine, il ministro, avendo assunto davanti alla Chiesa l'impegno di continenza, ha un nuovo titolo per annunciare la castità a tutti i fedeli: è un'altra dimensione del motivo ecclesiologico. Per predicare efficacemente la castità, il sacerdote la deve vivere con la maggiore pienezza[24].

Il carattere pubblico del suo ministero rende più opportuna una scelta visibile, assunta e vissuta davanti a tutti. «Ai suoi figli in Cristo, il sacerdote è segno e pegno delle sublimi e nuove realtà del regno di Dio di cui è dispensatore, possedendole per conto proprio nel grado più perfetto e alimentando la fede e la speranza di tutti i cristiani, che in quanto tali sono obbligati alla osservanza della castità secondo il proprio stato»[25].

Il fatto che il celibato non è richiesto dalla natura stessa del sacerdozio non significa che sia di natura esclusivamente disciplinare. Infatti, il termine richiedere non è univoco. Come condizione di validità, è indubbio che il celibato non è richiesto dalla natura del sacerdozio: l'ordinazione di uomini sposati è valida e validi sono i sacramenti da essi amministrati.

Tuttavia, le molte ragioni di convenienza del celibato per il sacerdozio, non sono soltanto né primariamente l'utilità pratica (per la disponibilità di tempo e di mobilità per il ministero, per non avere il peso economico di una famiglia, ecc.), e neanche è il favorire con il celibato la personale perfezione spirituale del sacerdote. Queste sono certamente motivi di convenienza, ma non derivati propriamente dalla natura del sacerdozio.

Invece, dalla natura del sacerdozio è la configurazione sacramentale del sacerdote con Cristo Sommo Sacerdote e Sposo della Chiesa che si dona completamente ad essa e non a una singola persona o a una singola famiglia. In altre parole, la natura del sacerdozio richiede (non in modo assoluto) che il sacerdote si doni pienamente all'intera Chiesa, il che esclude la donazione totale a una donna nel matrimonio[26]. L'esistenza di sacerdoti sposati va perciò considerata come risposta a peculiari circostanze storiche e a situazioni speciali.

Il motivo escatologico

«Il nostro Signore e Maestro ha detto che alla risurrezione... non si prende moglie né marito, ma si è come angeli di Dio in cielo (Mt 22,30). [...] Il prezioso dono divino della perfetta continenza per il regno dei cieli costituisce appunto un segno particolare dei beni celesti, [...] è una testimonianza della necessaria tensione del popolo di Dio verso l'ultima meta del pellegrinaggio»[27]. Col celibato, «[i sacerdoti] diventano segno vivente di quel mondo futuro, presente già attraverso la fede e la carità, nel quale i figli della risurrezione non si uniscono in matrimonio»[28]; «il celibato è dunque da accogliere [...] come testimonianza al mondo del Regno escatologico»[29]. Col suo celibato, il sacerdote diventa segno del mondo futuro, e incoraggia tutta la Chiesa a non dimenticarlo.

Anche questa dimensione escatologica è centrale nella concezione neotestamentaria del celibato. Così, in Mt 19, 12, la parola “regno” si riferisce allo status finale della vita cristiana, che il celibato anticipa come un segno[30]. Anche in 1Cor 7, 32 è presente il senso escatologico, specialmente alla luce del versetto precedente[31]. Com'è ben noto, non si tratta di un ingenuo escatologismo, bensì della tensione escatologica in termini di presente, descrivendo uno stile di vita che corrisponda all'attesa degli ultimi tempi[32]. Tuttavia, queste considerazioni escatologiche sul celibato sacerdotale sono poco comuni durante l'epoca patristica[33].

Eucaristia e celibato

In tempi precedenti, la riflessione ecclesiale aveva privilegiato il motivo che viene oggi chiamato “purezza rituale”: la continenza intesa come richiesta per la celebrazione dei santi misteri[34]. La critica di questo motivo è una costante in molte opere recenti sulla storia del celibato sacerdotale. Alcune di queste critiche sono da scartare facilmente, considerata la loro esagerazione: poggiano quasi sempre su una presunta origine extra-evangelica di tale motivo (tabù pagani, paura della sessualità e della donna, pessimismo gnostico, ecc.). Altre critiche mettono in luce come alcune espressioni classiche —patristiche ed scolastiche—, per motivare l'esclusione dell'uso del matrimonio da parte del clero, finiscono —almeno apparentemente— per disprezzare il matrimonio. Ma non si può trarre una conclusione generale negativa da testi isolati; è infatti impossibile che Padri, Dottori, Santi e Magistero abbiano potuto errare durante secoli, disprezzando la sessualità e dimenticando la santità del matrimonio.

Infatti, non è una dottrina nuova ritenere che, come scrisse Giovanni Paolo II, «la verginità e il celibato per il Regno di Dio non solo non contraddicono alla dignità del matrimonio, ma la presuppongono e la confermano. Il matrimonio e la verginità sono i due modi di esprimere e di vivere l'unico Mistero dell'Alleanza di Dio con il suo popolo. Quando non si ha stima del matrimonio, non può esistere neppure la verginità consacrata; quando la sessualità umana non è ritenuta un grande valore donato dal Creatore, perde significato il rinunciarvi per il Regno dei Cieli»[35].

In passato era stato ben visto che la continenza è vincolata alla celebrazione del sacrificio eucaristico, ma questo vincolo veniva spesso descritto in termini culturalmente superati. Tuttavia, l'intuizione fondamentale conferma ciò che indicava il motivo cristologico. La continenza, oblazione volontaria del proprio corpo, permette l'adeguatezza dell'oblazione personale al sacrificio di Cristo nell'Eucaristia. «Sul mistero eucaristico, celebrato e adorato, si fonda il celibato che i presbiteri hanno ricevuto quale dono prezioso e segno dell'amore indiviso verso Dio e il prossimo»[36]. Questa conformazione al mistero eucaristico (col quale il sacerdote ha un vincolo specifico) conferisce al motivo cristologico —e agli altri motivi, che gli sono vincolati— una dimensione propriamente ministeriale[37].

 

Fernando Ocáriz
Pontificia Università della Santa Croce



 

[1] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decr. Presbyterorum Ordinis, 7 dicembre 1965, n. 16.

[2] Cfr. Benedetto XVI, Esort. Ap. Sacramentum caritatis, IIIa parte, commentato in L. Touze, “La liberté, articulation entre le dogme et la spiritualité. L'exemple du célibat sacerdotal”, Annales Theologici 24 (2010) pp. 81-126.

[3] Presbyterorum Ordinis, n. 16.

[4] Paolo VI, Lett. enc. Sacerdotalis caelibatus, 24 giugno 1967, n. 19.

[5] Sacramentum caritatis, n. 24.

[6] Cfr. A. Amato, “Il celibato di Cristo nelle trattazioni cristologiche contemporanee”, Ephemerides Liturgicae 95 (1981) pp. 363-395; Idem, Gesù il Signore. Saggio di cristologia, Dehoniane, Bologna 1988, pp. 406-413.

[7] A. Vanhoye, La lettre aux Hébreux: Jésus-Christ, médiateur d'une nouvelle alliance, Desclée, Paris 2002, p. 150.

[8] Sacerdotalis caelibatus, n. 21.

[9] Sacerdotalis caelibatus, n. 20.

[10] Cfr. L. Legrand, “Saint Paul et le célibat”, in AA.VV (ed. J. Coppens), Sacerdoce et célibat. Études historiques et théologiques , Duculot, Gembloux-Louvain 1971, p. 327. Cfr. anche G. Barbaglio, La prima lettera ai Corinzi, Dehoniane, Bologna 1995, p. 362.

[11] Cfr., ad esempio, S. Giovanni Crisostomo, De sacerdotio, 3,17 (PG 48, 657D). Cfr. anche le osservazioni di C. Caffarra, “Riflessioni introduttive alla storia del celibato sacerdotale”, Rivista di Teologia Morale 2 (1970) pp. 71-85.

[12] Cfr. CCC n. 1579.

[13] Cfr. I. de la Potterie, “Il fondamento biblico del celibato sacerdotale”, in Solo per amore. Riflessioni sul celibato sacerdotale, Curr. C. Sepe - M. Piacenza, Edd. Paoline, Cinisello Balsamo 1993, pp. 11-26.

[14] Ad esempio Origene, S. Ambrogio, S. Siricio, S. Epifanio di Salamina, S. Giovanni Crisostomo, S. Innocenzo I, S. Girolamo, S. Isidoro di Siviglia (cfr. L. Touze, L'avenir du célibat sacerdotal et sa logique sacramentelle, Parole et Silence-Lethielleux, Paris 2009, p. 128).

[15] Cfr. A.M. Stickler, “L'évolution de la discipline du célibat dans l'Église en Occident de la fin de l'âge patristique au Concile de Trente”, in AA.VV., Sacerdoce et célibat. Études historiques et théologiques, pp. 373, 442; Ch. Cochini, Origines apostoliques du célibat sacerdotal, Ad Solem, Genève 2006 2 .

[16] Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2006.

[17] Giovanni Paolo II, Esort. Ap. Post-sinodale Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992, n. 29.

[18] Sacerdotalis caelibatus, n. 26

[19] Cfr., ad esempio, Pseudo Girolamo, De septem ordinibus Ecclesiae, PLS 1, 1681 (3).

[20] Cfr. L. Touze, L'avenir du célibat sacerdotal, cit., p. 139.

[21] Presbyterorum Ordinis, n. 16.

[22] Pastores dabo vobis, n. 29.

[23] Sacerdotalis caelibatus, n. 32.

[24] Cfr. Decretale attribuita a San Damaso, con la collaborazione di San Girolamo, Ad Gallos episcopos, 13 (PL 13, 1184B-1185A). Cfr. Y.M. Duval, La décrétale “Ad Gallos episcopos”: son texte et son auteur, Brill, Leiden-Boston 2005, p. IX.

[25] Sacerdotalis caelibatus, n. 31.

[26] Nella Pastores dabo vobis (al n. 29), Giovanni Paolo II precisa questa dimensione propriamente sacramentale del celibato.

[27] Sacerdotalis caelibatus, n. 34.

[28] Presbyterorum Ordinis, n. 16.

[29] Pastores dabo vobis, n. 29.

[30] Cfr. G. Segalla , “Il testo più antico sul celibato: Mt 19, 11-12”, Studia Patavina 17 (1970) pp. 121-137.

[31] Cfr. L. Legrand, “Saint Paul et le célibat”, cit., p. 320.

[32] Cfr. ibidem, pp. 321-322.

[33] Cfr. H. Crouzel, “Le célibat et la continence dans l'Église primitive: leurs motivations”, in AA.VV., Sacerdoce et célibat. Études historiques et théologiques, cit., p. 344.

[34] Sulla “purezza rituale” nella storia (fino a Pio XII), cfr. B. Verkamp, “Cultic Purity and the Law of Celibacy”, Review for Religious 30 (1971) pp. 199-217.

[35] Giovanni Paolo II, Esort. Ap. Familiaris consortio, 22 novembre 1981, n. 16.

[36] Benedetto XVI, Omelia, 23 ottobre 2005.

[37] Cfr. L. Touze, L'avenir du célibat sacerdotal, cit., pp. 189-260.