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Prefacio - Preti sposati? 30 domande scottanti sul celibato sacerdotale

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Mauro Piacenza. Prefazione di Preti sposati? 30 domande scottanti sul celibato sacerdotale, a cura di Arturo Cattaneo. Torino, Elledici, 2011, pagine 144.

 

Preti sposati? 30 domande scottanti sul celibato sacerdotale

Prefazione

 

Uno dei criteri per valutare la coscienza storica e di fede di una determinata epoca è costituito dalla capacità di distinguere tra vero e falso, tra bene e male, e perfino tra quanto è dono e quanto non lo è. Il celibato ecclesiastico, apostolica vivendi forma, è da annoverare esattamente tra i beni maggiori e più potentemente portatori di verità, tra i doni più grandi, che il Signore ha lasciato, e continuamente conferma, alla sua Chiesa.

È in tale ottica di bene, verità e dono, che è necessario porsi per comprendere la realtà storico-teologica e normativo-spirituale del celibato ecclesiastico, sempre capace di sollecitare l’approfondimento e la verifica della qualità della fede di ciascuno, e, soprattutto, di pensare secondo Dio e non secondo il mondo.

La Chiesa, Sposa del Signore, non rinuncia ai doni dello Sposo ed implora, in un continuo autentico rinnovamento, la luce e la forza dello Spirito, che rende capaci di ricomprendere, approfondire e vivere con sempre maggiore fedeltà anche il dono del celibato.

Se di riforma è necessario parlare –e personalmente ritengo di sì, almeno da trent’anni– essa deve essere intesa, ovviamente, in senso autenticamente cattolico, deve cioè abbracciare l’intera vita dei presbiteri, nella direzione di una radicale fedeltà alla propria identità, la quale, come è ovvio, non è mutuata né può modellarsi sui criteri transeunti del mondo, ma domanda di conformarsi continuamente alla volontà di Dio. L’autentica riforma non può riguardare unicamente gli aspetti psico-affettivi della vita del Sacerdote, ma domanda di avere il coraggio di ripartire dalle radici: una corretta cristologia, una sana ecclesiologia, una robusta spiritualità, e, soprattutto, una corretta teologia sacramentaria ed un profondo senso del sacro, capaci di plasmare l’intera vita sacerdotale, attorno a quell’imprescindibile centro che è la celebrazione eucaristica. Come celebrano i sacerdoti? Quale senso del sacro trasmettono? È chiaro il giudizio sulla necessità assoluta di Cristo per la salvezza? Solo rispondendo a queste domande sarà possibile un’autentica ricomprensione ed una entusiasmante motivazione del sacro celibato, il quale, prescindendo da tale ampio contesto di fede genuina, potrebbe risultare assolutamente incomprensibile.

Nei secoli –e gli ultimi decenni non sono estranei a tale dinamica– non sono mancati gli attacchi al celibato ecclesiastico. È necessario riconoscere che, non di rado, essi provengono da contesti e mentalità completamente estranei alla fede, intesa sia come dottrina che come prassi, e, purtroppo, sono spesso coordinati, nei tempi e nei modi, da regie nemmeno troppo occulte, che mirano al progressivo indebolimento di uno fra gli elementi che rende più efficace la testimonianza a Cristo: la verginità per il Regno dei cieli.

Il celibato non è estraneo alla cultura contemporanea più di quanto possa sembrarlo la fedeltà coniugale o la continenza prematrimoniale. È doveroso riconoscere che siamo di fronte ad una delle più grandi sfide educative della modernità; dopo la rivoluzione del 1968, che prometteva la liberazione dell’uomo, ma che in realtà lo ha reso schiavo dei propri istinti, è necessario e urgente rieducare l’intera sfera affettiva, riconoscendone la grandezza e la dignità, ma, al contempo, collocandola in quella cornice di limite oggettivo che la Teologia chiama peccato originale, con le conseguenze che ne derivano.

La logica che soggiace al celibato sacerdotale è la medesima che possiamo riscontrare nel matrimonio cristiano: il dono totale del «tutto» e del «per sempre» nell’amore. È la medesima dinamica che investe la vita dell’uomo, riconoscendovi il primato di Dio e, di conseguenza, anche il primato della sua volontà, che liberamente chiama quelli che Egli vuole.

Non da ultimo è necessario rilevare il legame fra la difficoltà a comprendere il valore del celibato ecclesiastico e la diffusa cultura semipelagiana, per la quale l’uomo contemporaneo, vittima del proprio tecno-scientismo, pensa di poter realizzare qualcosa di buono senza l’aiuto della grazia. L’ingenuo ottimismo sul mondo, in taluni ambienti anche teologici ed ecclesiastici, non è estraneo a tale rischio e richiede un profondo discernimento ed un sano spirito criticamente costruttivo. Nel corso della sua fino ad ora bimillenaria storia, nei momenti di maggior prova, crisi e scandalo, la Chiesa non ha mai abbassato il livello morale e spirituale, ma, al contrario, lo ha mantenuto alto, e perfino innalzato, soprattutto nel delicatissimo compito di scegliere, educare ed istituire i propri ministri.

Benedetto XVI ha ricordato ai sacerdoti, il 16 marzo 2009, che «nessuno annuncia o porta se stesso, ma dentro e attraverso la propria umanità ogni sacerdote deve essere ben consapevole di portare un Altro, Dio stesso, al mondo. Dio è la sola ricchezza che, in definitiva, gli uomini desiderano trovare in un sacerdote».

Il modello sacerdotale è quello del testimone dell’Assoluto. La vera contraddizione, oggi, non è ricercare superficiali originalità, che suscitano un breve e corto interesse. I sacerdoti saranno davvero «segno di contraddizione», unicamente nella misura in cui, vivendo pienamente la propria identità e specificità, diverranno santi. Non c’è altra strada!

Guardiamo, per esempio, a san Giovanni Maria Vianney, san Giovanni Bosco, san Massimiliano Maria Kolbe, san Pio da Pietrelcina, san Josemaría Escrivá e tanti altri. Tutti sacerdoti, tutti diversissimi per personalità umana e storia personale, eppure tutti straordinariamente uniti dall’amore e dalla testimonianza a Cristo Signore e dall’essere stati, perciò stesso, segni davvero profetici.

Il fatto che in molti ambienti il celibato sia oggi poco compreso o apprezzato, non deve portare a ipotizzare scenari differenti, ma richiede piuttosto uno sforzo verso una più attenta formazione dei presbiteri sull’arco della continuità fra quella iniziale e quella permanente, così come una migliore catechesi dei fedeli laici, e la migliore catechesi sta essenzialmente nei contenuti. Noi pastori non possiamo tradire i giovani abbassando le esigenze, ma dobbiamo servirne le aspirazioni incoraggiandoli a tendere verso alti orizzonti. Per fare questo non possiamo temere il mondo o esserne condizionati in alcun modo. Dobbiamo seguire, con ardimento, lo spirito di Dio, agire risolutamente come se tutto dipendesse da noi ma con la pazienza e la pace interiori di chi ben sa che tutto dipende da Dio e deponendo ogni sforzo nelle mani della Vergine Immacolata, splendida Icona della fedeltà al suo e nostro Signore!

Non posso quindi che augurarmi che questo libro trovi la più ampia diffusione, contribuendo a rendere il celibato sacerdotale sempre più apprezzato come dono prezioso dello Spirito di Cristo alla sua Chiesa e accolto da giovani che –come san Paolo e tanti santi– si lasciano «conquistare da Cristo» (Fil 3,12).

 

S.Em.R. Cardinale Mauro Piacenza
Prefetto della Congregazione per il Clero